Text Size

varie

di Chiara Bernasconi

 Pecore o salmoni?

Schopenhauer

Il pregiudizio con l'arroganza che spesso lo accompagna è un ostacolo serio alla conoscenza del mondo, ma ancora di più alla comprensione e al rispetto fra le persone. E col suo gemello, lo stereotipo, costituisce una barriera invisibile ma difficilmente valicabile.

L'onestà faticosa di verificare di persona "quello che tutti dicono" e magari di affermare che le cose stanno diversamente pare un lusso o addirittura un capriccio di pochi bastian-contrari.

Si tratta di decidere se – sia quando comunichiamo che quando riceviamo informazioni – vogliamo essere pecore che brucano pigramente dalla greppia o salmoni che risalgono la corrente alla ricerca della fonte.

Mi ha colpito l'acutezza di alcune osservazioni di Schopenhauer in proposito.

Ne L’arte di ottenere ragione, il filosofo, con qualche spruzzata di cinismo, scrive tra l'altro:

"Non c'è alcuna opinione, per quanto assurda, che gli uomini non abbiano esitato a far propria, non appena si è arrivati a convincerli che tale opinione è universalmente accettata. L'esempio fa effetto sia sul loro pensiero, sia sul loro agire.

Essi sono pecore che vanno dietro al montone ovunque le conduca: è per loro più facile morire che pensare.

(…) Ciò che così si chiama opinione generale è, a ben guardare, l'opinione di due o tre persone; e ce ne convinceremmo se potessimo osservare come si forma una tale opinione universalmente valida. Troveremmo allora che furono in un primo momento due o tre persone ad avere supposto o presentato e affermato tali opinioni, e che si fu così benevoli verso di loro da credere che le avessero davvero esaminate a fondo: il pregiudizio che costoro fossero sufficientemente capaci indusse dapprima alcuni ad accettare anch'essi l'opinione: a questi credettero a loro volta molti altri, ai quali la pigrizia suggerì di credere subito piuttosto che fare faticosi controlli.

Così crebbe di giorno in giorno il novero di tali accoliti pigri e creduloni: infatti, una volta che l'opinione ebbe dalla sua un buon numero di voci, quelli che vennero dopo l'attribuirono al fatto che essa aveva potuto guadagnare a sé quelle voci solo per la fondatezza delle sue ragioni. Gli altri, per non passare per teste irrequiete che si ribellano contro opinioni universalmente accettate e per saputelli che vogliono essere più intelligenti del mondo intero, furono costretti ad ammettere ciò che era già da tutti considerato giusto.

A questo punto il consenso divenne un obbligo.

D'ora in poi, i pochi che sono capaci di giudizio sono costretti a tacere e a poter parlare è solo chi è del tutto incapace di avere opinioni e giudizi propri, ed è la semplice eco di opinioni altrui (…).

Insomma: a esser capaci di pensare sono pochissimi, ma opinioni vogliono averne tutti: che cos'altro rimane se non accoglierle belle e fatte da altri, anziché formarsele per conto proprio?

Poiché questo è ciò che accade, quanto può valere ancora la voce di cento milioni di persone?

Tanto quanto un fatto storico che si trova in cento storiografi, ma poi si verifica che tutti si sono trascritti l'uno l'altro, per cui, alla fine, tutto si riconduce all'affermazione di uno solo".