Text Size

varie

di Maria Rosa Logozzo

Uno spettacolo di giovani e il lancio di FLARE

flare.jpg Persone di 30 paesi si sono ritrovate nelle aule del Parlamento di Bruxelles, dall’8 al 10 giugno scorsi per Contromafie Europea: magistrati, politici, esperti e oltre 700 giovani in rappresentanza di 50 Ong riuniti per discutere dei pericoli delle tante mafie nazionali e di come contrastarle.

In questa "tre giorni", organizzata da Libera di Don Ciotti, si è lanciato FLARE (Freedom, Legacy and Rights in Europe - libertà, legalità e diritti in Europa), un percorso politico educativo per le associazioni e la società civile europea, iniziato nel novembre 2007 a Berlino con la finalità di costruire un network europeo contro le criminalità organizzate transnazionali.

I giovani sono stati uno spettacolo. Don Luigi Ciotti ne ha parlato così in un’intervista di Gianni Rossi:

"E’ bello vedere tanti giovani che riflettono, studiano e approfondiscono questi temi e cercano di conoscersi. Su di loro si basa la speranza di creare una nuova forza generatrice.
Dobbiamo essere capaci di vivere le nostre libertà, di difendere i diritti in nome degli altri, mentre si cerca di criminalizzare clandestini e donne sfruttate, in nome di’ipotetica emergenza. Bisogna invece resistere e resistere!
Questa è una parola attiva, che significa stare insieme, essere presenti, superare la tentazione di dire basta! Bisogna camminare insieme sui sentieri di giustizia, diritti e libertà di tutti. La speranza ha bisogno di noi!".

Un bell’articolo su questi “ottocento giovani carichi di un entusiasmo e di una speranza contagiosi”, intitolato La meglio gioventù? E' in Europa , lo ha scritto Nando Dalla Chiesa.

L’ho letto stamattina sulla newsletter di Libera, redatta periodicamente da Libera Informazione,  e mi è piaciuto che, tra le varie caratteristiche distintive di questi giovani, egli abbia incluso anche il non essere “figli della cultura televisiva”.

Scrive Dalla Chiesa (il grassetto è mio):

“E’ la prima volta che tanti giovani in rappresentanza di decine di Paesi arrivano non sull’onda di una contestazione ideologica ma sulla spinta di valori civili, per costruire con il loro impegno diretto un mondo diverso. E di quel mondo, di ciò che essi vogliono e sono, hanno dato un grande spettacolo quotidiano, attraverso le parole dette o gli atti compiuti ma anche con i gesti e i comportamenti più minuti e spontanei.

Provo a sintetizzare. Non sono per nulla televisivi, nel senso di figli della cultura televisiva, anzitutto. Quando il grande schermo delle aule parlamentari rimandava l’immagine di qualcuno di loro, nessuno – vedendosi – se ne compiaceva e si faceva tentare dal sorriso di occasione a cui siamo stati ammaestrati dai talk – show. Molto spesso si coglieva il sorriso imbarazzato e persino pudico rivolto al proprio vicino di banco. Nessun esibizionismo tipico di chi “deve farsi vedere”, insomma.

Ma tuttavia esperti di comunicazione. Di comunicazione informatica, di livelli stratosferici. E di comunicazione visiva, in cui sono efficacissimi, si tratti di mostre, di documentari, di scenografie, di spot pubblicitari. Accomunati dalla voglia di conoscere “l’altro” e dall’amore per la diversità. Di più, dalla fiducia della diversità. Nessuno si crogiolava nella somiglianza (di esperienze e di lingua) della propria nazionalità, ma tutti si cercavano, si mescolavano incessantemente usando un inglese dalle mille sfumature.

Sul campo di calcio che stava davanti alla grande foresteria affondata nei parchi fuori Bruxelles, e in cui si tenevano le adunate conviviali, era tutto un brulicare di incontri e di risate, di giochi e di suoni. E in mezzo alle centinaia di ragazzi, anzi, con loro, giocavano allegri come non mai i bambini (si, rom) che un’associazione torinese si era portata dietro nell’ambito di un patto di cittadinanza a cui lavora da mesi.

Non era lo spettacolo sempre meraviglioso della gioventù a conquistare l’osservatore, ma la consapevolezza che quella fantastica rappresentazione di allegria, che aveva le sue chiassose code notturne, andava di pari passo con l’impegno sui temi più duri e pericolosi che il mondo ci offra oggi. Faceva impressione, direi tenerezza, il contrasto fra i volti innocenti e gentili dei giovani e giovanissimi e le immagini che abbiamo metabolizzato del traffico di droga, della ferocia dei casalesi o dei corleonesi e dei clan albanesi, della bruttura disumana del traffico dei clandestini o delle prostitute. E tuttavia quel contrasto, che poteva consegnare di primo acchito (e di diritto) la patente di generosi illusi ai ragazzi presenti, era - in realtà - proprio ciò che meglio spiegava la radicalità della diversità e della scelta di battersi. Più alta la sensibilità e la civiltà, più alto e insanabile il conflitto con quel mondo.

(…)

Non capita spesso di vivere questi momenti. D’altronde la storia si fa anche quando tutti sono voltati da un’altra parte, anche quando nessuno se ne accorge. La meglio gioventù europea, che sull’informazione ha avuto molto da ridire, l’ha già imparato. Non credo che si fermerà per questo.”