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varie

di Maria Rosa Logozzo

Morte 'naturale' e vita 'artificiale'

altIl nostro è un tempo affamato di etica. A gran voce tutti ne chiediamo di più nella politica, nell'economia, nella tecnica come accade quando la storia ci conduce a un passaggio difficile e nuovo, al bordo estremo di una soglia oltre la quale facciamo fatica a intravedere una strada.”, così scrive Aldo Schiavone (Repubblica 31/12/2008) e continua riconoscendo nel Cristianesimo e nella Chiesa cattolica “dei grandi costruttori di eticità” di cui non si può fare a meno.

Un cammino storico di maturazione ha portato la Chiesa cattolica ad affermare “la totale indisponibilità della vita - non solo di quella altrui, ma anche della propria - in quanto diretto dono divino, rispetto al quale non si può porre alcun limite, né esercitare alcuna pressione” e questo - è sempre Schiavone ad affermarlo - si può arrivare a condividerlo anche da parte laica.

Ma, oggi che la Chiesa si è detta disponibile al dialogo circa una legge che regoli la fine della vita, non potendo i laici fondarsi sul fatto che la vita sia dono di Dio, da dove far partire una riflessione comune?

Schiavone individua una pista, che ha il focus sulla tecnologia e che mi è parsa interessante ma rischiosa, perché è difficile riflettere su processi che lui stesso dice 'non ancora conclusi'. Però, vista la velocità dei processi tecnologici odierni, devo convenire sulla necessità che la riflessione su di essi precorra i tempi.

“Il vivente umano è oggi interamente attraversato dalla tecnica. Dove ci porterà questa integrazione nessuno per adesso può dirlo, ma è già evidente che essa è comunque il nostro destino.

La presenza della tecnica riguarda anche (e non potrebbe essere diversamente) la nascita e la morte.
E poiché, dovunque essa arrivi, il risultato è la trasformazione del naturale in artificiale - cioè in "culturale" - anche la nascita e la morte stanno svanendo come eventi "naturali", e si stanno trasformando in eventi "artificiali", dominati dalla cultura e dalla tecnica.

Ho scritto "stanno svanendo", perché il processo non è ancora completato, è in pieno svolgimento. Quando si sarà concluso - e prima o poi si concluderà - noi saremo del tutto oltre i confini "naturali" della nostra specie, e non possiamo prevedere cosa (ci) accadrà. Forse, avremo aperto una strada che ci ricongiungerà al disegno di Dio. Chi può dirlo.

Per ora tuttavia la natura ci determina ancora, anche se arretra di continuo. Ma che significa questo incastro, mobile e incerto, se pensiamo alla morte? Vuol dire che si stanno moltiplicando, e si moltiplicheranno sempre di più, le occasioni per sperimentare - spesso nella sofferenza - forme intermedie tra la vita e la sua fine, fra una morte "naturale" ricacciata provvisoriamente indietro, e una vita "artificiale" che però non è in grado ancora di imporsi completamente (ma domani lo sarà).

Ebbene, io credo che queste zone grigie - dove la "naturalità" del vivente e l´artificialità della tecnica si confondono, in uno spazio provvisorio di labilità e di indistinguibilità - debbano essere sottratte alla regola dell'indisponibilità della vita, a quel principio che (qualunque ne sia il fondamento) possiamo accettare di porre a protezione della vita stessa, e debbano essere riconsegnate al nostro diritto di scelta, perché altrimenti non continueremmo a difendere la vita in quanto tale, ma solo un suo intreccio estremo con la tecnica, precario e ancora imperfetto, - e dunque aperto su esiti anche - provvisoriamente ma letteralmente - disumani. Il diritto di scegliere non violerebbe l´intangibilità della vita, ma ne tutelerebbe solo i confini dall'invasività di una tecnica ancora imperfetta.

Fin qui Schiavone. Siamo davanti a situazioni nuove su cui stiamo appena cominciando a pensare, per giunta solo in una parte di mondo, quello tecnologizzato.

Davanti ad essi non avvertite il bisogno di restare in un silenzio di ascolto delle nostre coscienze, che si sono formate negli anni con la nostra cultura, il nostro credo e la nostra esperienza di vita vissuta? Un raccoglimento che ci ripulisca da ogni inquinamento di opinione pubblica costruita e ci permetta, su qualsiasi fronte ci troviamo e operiamo - specie se le nostre professioni sono implicate – di offrire quanto personalmente maturiamo come contributo alla comprensione comune, al cammino etico, e come gesto d'amore all'uomo.

Come comunicatori ci attende un compito in più, contribuire a creare un humus di confronto sereno e aperto, evitando di aizzare scontri ideologici che non giovano a nessuno.