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di Maria Rosa Logozzo

Una Fondazione per i bambini in difficoltà

Giuseppe Ferraro con una sorella

La Fondazione Giuseppe Ferraro ha promosso quest’anno un progetto di animazione culturale rivolto ai giovani. Uno dei relatori ha disdetto la sua partecipazione e così, incastrando a fatica l’impegno in agenda, di sabato pomeriggio ho fatto andata e ritorno da Maddaloni (Caserta), dove la Fondazione ha la sua sede.

Giuseppe Ferraro, nel 1994, a tre anni e tre mesi, muore per una encefalite virale. La mamma Elisa, insegnante, e il papà Gino, medico, decidono di “donare l’amore che avrebbero destinato al proprio figlio, a chi ne aveva bisogno”. Oggi di figli ne hanno cinque, ma il cerchio della loro azione continua ad allargarsi.

Il primo scopo che si danno cominciando è l’assistenza ai minori di Maddaloni in età prescolare, “privati” di almeno uno dei genitori (per motivi vari, dal carcere alla droga alla prostituzione all’abuso all’alcool…) e/o in disagiate condizioni economiche.

Oggi gestiscono a Maddaloni la casa famiglia “Rosa Cirillo” e a Caserta la comunità familiare “Sorriso”, entrambi luoghi di vita di piccole dimensioni per essere il più vicino possibile alla realtà familiare e più indicati per una cura globale della persona.

Sempre a Maddaloni tengono la Comunità di accoglienza per mamme con figli “Felicetta” e a Torre Annunziata il “Centro Antonio Valle”, punto di riferimento per minori e famiglie in difficoltà.

Tutto cresce per l’impegno dei fondatori ed anche per la competenza e la dedizione dei numerosi amici e operatori, mai disgiunta – l’ho costatato di persona - da un amore caldo ma fermo nei confronti degli assistiti.

La loro credibilità si poggia su fatti, per questo le istituzioni li tengono in conto e supportano i loro progetti come "Crescere insieme”, che mira a realizzare l’affido dei nuclei familiari in difficoltà per evitare l’allontanamento dei figli. Al nucleo familiare si affianca un tutor e, se necessario, si sovviene alle spese relative ai minori in età pre-scolare come in una specie di adozione a distanza applicata al territorio.

La Fondazione promuove, prepara e realizza l’affido familiare, con un buon numero di famiglie coinvolte. Ma fa una precisazione importante nel percorso formativo: non si parla di famiglie 'giuste' che aiutano famiglie 'sbagliate'. Si parla di aiuto a famiglie 'in difficoltà', un darsi una mano tra famiglie di uguale dignità, un aiuto che magari in altri momenti potrebbe invertire direzione.

Mi hanno accompagnato a visitare la struttura della sede principale a Maddaloni, un edificio di quattro piani, continuando a raccontarmi storie di bimbi e famiglie come storie proprie e tali erano, storie che partivano da azioni giudiziarie e terminavano a lieto fine (con un buon inserimento sociale del minore) o anche no (i bimbi ROM ad esempio trovano il modo di fuggire e tornare nel loro ambiente).
Storie che insegnano. Come quella di una coppia affidataria di un bambino di due mesi, che lo riceve una notte dalle mani della polizia, lo accoglie nel proprio letto, lo cresce per anni conscia che dovrà lasciarlo. Quand’è l’ora lo lascia, ma con un percorso di preparazione del bambino lungo mesi per attutire l’impatto del 'cambio genitori' . Storie così  denotano una capacità affettiva certo non usuale.

Sui depliant e sul sito della Fondazione campeggia una frase di Paul Valery: “Non esiste mai un cuore così duro in cui non si possa seminare un sogno” e loro continuano a seminare sogni in cuori dove nessuno magari l'avrebbe mai fatto. 

Il progetto per i giovani per il quale sono stata chiamata si intitola “SNC: libero pensiero”. Che significa SNC? Vuol dire ‘senza numero civico’, cioè senza appartenenza predefinita, con quella libertà di vedute che permette di cogliere al meglio la realtà altra.
Erano una quarantina ad ascoltarmi, o meglio, a dibattere con me e tra loro, sulle tematiche di oggi e sulle modalità con cui TV, giornali e Internet ce le propongono o meno. Siamo andati a ruota libera sforando su politica e società. Ho trovato – vera sorpresa! - giovani che hanno grinta, partecipi del loro presente, che pensano con la propria testa.
Certo sono segnati dalle problematiche del Sud in cui vivono, il Sud senza lavoro, il Sud in cui vali non per i meriti ma per chi hai alle spalle. Chi può illuderli che non sia così? Forse è questa realtà amara a farli pensare, una volta oltrepassata la rassegnazione.

E' capitato che non fossi  d’accordo con qualche idea espressa con troppo radicalismo (dovuto credo alle condizioni politico sociali che li attorniano e all’età ‘passionaria’ che vivono), ma il loro rifiuto della violenza e i desideri di fondo che li animano mi son parsi giusti e li condivido. Anche la loro analisi sui media odierni era lucida e riflessa come raramente ho riscontrato conversando con amici della loro età.

Li ho incitati a non fermarsi, ma a continuare a parlare, a scrivere sui blog o laddove possono, e a farlo non isolatamente ma in più. Tante voci deboli in contemporanea magari faranno un rumore più forte.

Invito chi ha spazi sui media dove raccontare belle storie a prendersi il tempo di fare una visita alla Fondazione.