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di Michele Zanzucchi

Open space

Open space redazioneMi sono recato a Madrid per presentare la traduzione spagnola del mio libro Cristiani nelle terre del Corano. Un momento di richiamo culturale, grazie alla presenza di uno dei maggiori esperti di cultura islamica al mondo, Justo Lacunza Balda. Nell’occasione sono stato intervistato da Ivan de Vargas, che lavora per il settimanale Alba, di cui è caporedattore. Il giovane e promettente collega mi ha fatto visitare la sede del gruppo editoriale cui appartiene la rivista, chiamato Intereconomía.

La visita mi ha impressionato, non tanto per le pur ragguardevoli dimensioni del gruppo – 500 tra giornalisti, registi, operatori, amministrativi… – quanto per il fatto che in pratica nel gruppo non esiste un solo giornalista dedito a un unico compito. O meglio, un solo giornalista il cui lavoro abbia come “supporto” solo la carta, o solo la radio, solo la tv o solo il web. Sono tutti giornalisti “multimediali”. Nei grandi open space di Intereconomía si lavora febbrilmente ma con relativa serenità, guidati da una dirigenza indubbiamente abile. I set del tiggì sono piazzati in mezzo alla sala dei giornalisti, i “radiofonici” escono dai loro studi di registrazione per curiosare tra i computer, i “cartacei” sforano sugli “internauti”.

E' indubitabile: la comunicazione mediatica è già multimediale. Ciò potrà provocare arretramenti nella specializzazione dei singoli, è vero. Ma chi nasce con l’iPod in mano e gioca naturalissimamente al computer e smanetta su qualsiasi apparato digitale che gli capiti a mano non può che essere portato alla “multimedialità”. In attesa dell’incipiente “intermedialità” (media che usano altri media e che si scambiano funzionalità varie) e della futura “transmedialità” (media che sono concepiti al servizio di tutti i media). Con gli operatori a salvaguardare la dimensione umana di tali mezzi. Sempre più umana, malgrado le apparenze.