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 di Maria Rosa Logozzo

Vedere l'approdo oltre la tempesta

Barack ObamaIl discorso che Barack Obama ha tenuto ieri all’Assemblea generale dell’ONU è una lunga analisi del punto in cui siamo, fatta con grande respiro.

Egli, “profondamente convinto che oggi, nel 2009, più che in qualsiasi altro momento della storia umana, tutte le nazioni e tutti popoli abbiano interessi comuni”, porta in chiaro tutte le sfide odierne  - perché “per spezzare i vecchi parametri, per rompere il circolo vizioso di insicurezza e disperazione, tutti noi dobbiamo dichiarare ufficialmente ciò che ammettiamo a porte chiuse“ - e chiede collaborazione a tutti i popoli, per ridare all’ONU i lineamenti che aveva alla sua nascita. Anche se oggi “ad accomunarci non è semplicemente la pace, ma la nostra stessa salute e prosperità”.

Riassumo come traccia alcuni dei punti che ha trattato, ma val la pena di leggere integralmente il discorso,.che è molto più ricco e affronta temi concreti.

In quest’aula veniamo da molti posti diversi, ma condividiamo un futuro comune. Non possiamo più permetterci il lusso di mettere l’accento sulle nostre differenze, a scapito del lavoro che dobbiamo fare insieme.

Con onestà ammette che “le nostre azioni non sono ancora commisurate alla portata delle nostre sfide”.

Oggi “nessun ordine mondiale che ponga una nazione o un gruppo di persone al di sopra di un altro può avere successo.

 “Qualsiasi divisione non ha senso in un mondo interconnesso”, i muri sono da abbattere e “dobbiamo costruire nuove coalizioni che colmino le vecchie divisioni, coalizioni di fedi e convinzioni diverse, tra Nord e Sud, tra Oriente e Occidente, tra neri, bianchi e marroni…

Potremo essere ricordati come una generazione che ha scelto di trascinare nel XXI secolo le diatribe del XX, che ha scelto di rinviare le decisioni difficili, che ha rifiutato di guardare avanti” oppure “possiamo essere una generazione che sceglie di vedere l’approdo oltre la tempesta”.

Obama propone e analizza in dettaglio “quattro pilastri fondamentali per il futuro che vogliamo costruire per i nostri figli: la non proliferazione e il disarmo; la promozione della pace e della sicurezza; la conservazione del nostro pianeta; e un’economia globale che dia più opportunità a tutte le persone.

Parla molto di pace e motiva le operazioni di pacekeeping: “I nostri sforzi per promuovere la pace, tuttavia, non possono essere limitati a sconfiggere gli estremisti violenti, e questo perché l’arma più potente nel nostro arsenale è la speranza degli esseri umani, la convinzione che il futuro appartiene a chi lo costruisce, non a chi lo distrugge, e perché nutriamo la fiducia che i conflitti possono terminare, che una nuova alba può nascere.

Ma Obama non si illude, “i cambiamenti che vi ho illustrato oggi – precisa - non saranno raggiungibili facilmente. Non saranno raggiunti semplicemente da leader che come noi si ritrovano in riunioni come questa (…) il vero cambiamento potrà aver luogo soltanto grazie ai popoli che noi qui rappresentiamo. Ecco per quale ragione dobbiamo accollarci il duro lavoro di gettare le basi e le premesse per il progresso nelle nostre rispettive capitali.

Importante sentirgli dire che “la democrazia non può essere imposta a nessuna nazione dall’esterno: ciascuna società deve tracciarsi il proprio cammino e nessun cammino è perfetto. Ciascun Paese deve tracciarsi un cammino radicato nella cultura del proprio popolo e - in passato – l’America troppo spesso è stata selettiva nel promuovere la democrazia a suo piacere.

Auspicando che le Nazioni Unite più che “sede nella quale litigare per istanze del passato” divengano “sede nella quale costruire un terreno comune” e “fonte di un’autorità morale”, istituzione indispensabile “per portare avanti gli interessi dei popoli”; conclude dichiarando che “gli Stati Uniti sono pronti a dare inizio a una nuova fase di cooperazione internazionale, nella quale si riconoscano i diritti e le responsabilità di tutte le nazioni.” e chiedendo a tutti di cooperare.