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di Maria Rosa Logozzo

Gaza: una prigione a cielo aperto

Striscia di GazaIl 27 dicembre 2008, ebbe il via l’operazione “Piombo fuso”, offensiva militare israeliana contro la Striscia di Gaza, in reazione al lancio di razzi Qassam sulle città israeliane più vicine al confine.ad opera di Hamas

Ad un anno da quella data, Avvenire ha riportato il focus su quella terra martoriata attraverso il racconto di un suo inviato, Luigi Geninazzi. L'articolo, amaro, riporta alla luce le sofferenze di donne e uomini prigionieri di un territorio senza speranze, dimenticato.

Gaza è sempre più una prigione a cielo aperto – scrive Geninazzi - dove la povertà aumenta insieme con la disperazione. Non c’è attività produttiva, le infrastrutture sono crollate, migliaia di famiglie non hanno l’acqua corrente, l’accesso a cure mediche e ai servizi igienici si è drammaticamente ridotto.
(…) Se a Gaza non si muore di fame è solo perché un milione di persone, l’80% della popolazione, riceve gli aiuti umanitari delle Nazioni Unite in quanto ha lo status di rifugiato (figli e nipoti dei profughi del 1948). Il resto è al soldo del governo di Hamas come militare o poliziotto (32mila persone) oppure continua a ricevere un sussidio dal governo dell’Anp che controlla la Cisgiordania (77mila ex dipendenti pubblici).

Li si può notare mentre formano lunghe code davanti alle succursali della Bank of Palestine per ritirare i soldi inviati da Ramallah. Le strade sono sempre piene di gente che ciondola senza far nulla, i giovani passano le giornate al caffè, annoiati e depressi. Molti di loro sono ingegneri, contabili, insegnanti, senza lavoro e senza possibilità d’emigrare”.

Perché da Gaza non è permesso l’espatrio. Nella stessa pagina di Avvenire c’è la storia di Berlanti Azzam, una studentessa di 22 anni, uscita da Gaza nel 2005 per frequentare l’Università Cattolica a Betlemme. Arrestata due mesi fa, mentre andava a fare un colloquio di lavoro a Ramallah, è stata rispedita a Gaza senza permetterle di laurearsi quando le mancava solo l’ultimo esame.
In molti, incluso il Nunzio vaticano a Gerusalemme, hanno tentato di perorare la sua causa, ma finora senza successo.

A Gaza sta crescendo un nuovo genere di imprenditori, quelli che gestiscono i traffici illegali attraverso i tunnel sotterranei verso l’Egitto. I varchi sono ben sorvegliati, ma pagando i vigilanti si riesce ancora a far viaggiare la merce.
Corre voce però che l’Egitto stia costruendo una barriera d’acciaio sotterranea, a 30 mt di profondità, per impedire lo scavo di tunnel e se sarà così la Striscia di Gaza rischierà la fame.

In questi giorni si è tornato a parlare di Gaza, per una marcia, la Gaza Freedom March, a cui partecipano circa 1.400 volontari provenienti da 42 Paesi. Sono diretti nella Striscia per una manifestazione pacifista attraverso il valico di Rafah.
Ma l’Egitto non autorizza il passaggio. I volontari stanno manifestando davanti ad una sede ONU del Cairo, come riporta InfoPal.it, agenzia di stampa online sulla situazione del popolo palestinese, che ha uffici nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania. .

Della Gaza Freedom March, a cui partecipano 140 italiani, hanno scritto anche l’unità e Michele Giorgio, inviato al Cairo de il Manifesto.

Questa marcia è una di tante azioni promosse dalla società civile per aiutare il cammino di pace.  Perché accanto all'azione 'da pachidermi' dei governi, dell'ONU e di altre organizzazioni internazionali, si muovono più velocemente e concretamente, molte iniziative per la pace dal basso, piccole ma che risvegliano e accomunano il senso di umanità della gente, che creano luoghi di incontro tra israeliani e palestinesi, anche virtuali.

Alcuni esempi. Save the children , in collaborazione con alcune regioni italiane, cura  i bambini palestinesi negli ospedali israeliani

Due diverse organizzazioni, una in Israele e l'altra nei territori palestinesi occupati, si servono di video per aiutare sia la gioventù araba che quella ebrea a capire le ragioni del conflitto e colmare l'incomprensione tra loro.

La  Divan Orchestra di Daniel Barenboim ha posto fianco a fianco nel nome della musica ragazzi israeliani, palestinesi, siriani, libanesi e egiziani.

Sono minuscoli pietruzze di speranza, che hanno la forza di espansione dei cerchi nell'acqua. Sta a noi comunicatori buttare con forza queste pietruzze nell'opinione pubblica, è questo il nostro possibile contributo alla pace. 

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Può essere utile rivedere, sul sito di Sky,  un breve servizio video di un anno fa, che narra la storia della Striscia di Gaza.