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di Maria Rosa Logozzo

Calabria: regime di libertà condizionata

Paese di Stilo in CalabriaPer chi non l’avesse letto, ripropongo un editoriale di La Stampa del 5 gennaio, scritto a seguito dell’attentato dinamitardo alla Procura generale di Reggio Calabria. L’autore, Mimmo Gangemi, scrive di ‘Ndrangheta. Ne scrive da calabrese che ben conosce come si muovono le cose nella sua terra, intitolando l’articolo: Il diritto di non essere eroi”.

Io non ho mai vissuto in Calabria, ma ne ho respirato l’aria perché mio padre era della Locride. Stefano Musolino, magistrato reggino, ha commentato l'editoriale,  dicendo che "questo scritto colpisce allo stomaco, tocca testa e cuore, è capace di descrivere con speciale abilità i sentimenti del popolo reggino”. E' così.

Gangemi evidenzia che, per cambiare lo stato di fatto, sarebbe necessaria una presenza costante dello Stato sul territorio. Perché la ‘Ndrangheta prospera quando riesce a “creare nelle popolazioni un distacco psicologico rispetto a ciò che succede intorno. E quindi rispetto alle istituzioni”.

Purtroppo la Calabria resta tagliata fuori dal resto d’Italia anche solo per la sua geografia montuosa e le sue vie di comunicazione di non facile accesso. E’ una terra bella, di legami di sangue saldi, di fedeltà estrema, di passioni,  di generosità e di accoglienza. E’ su questi elementi culturali che la ‘Ndrangheta costruisce quasi con naturalezza la sua rete, ed è per questo che è più difficile debellarla.

Tanti ‘prodi’ giornalisti – l’aggettivo è di Gangemi -, arrivano in Calabria a crimine avvenuto o nei funerali e scrivono spingendo la popolazione a reagire, meravigliandosi dell’omertà e dei silenzi. Ma poi – osserva l’autore - loro vanno via, mentre gli altri devono continuare a sopravvivere nelle stesse situazioni di sempre.

Eccola l’Italia. Ci vuole eroi. Ci vuole insigniti di medaglie alla memoria. S’accorge di noi solo quando il boato è troppo forte. E non fa caso alla vita che qui si conduce. È un regime di libertà condizionata. Parvenza di libertà. Liberi finché non si cozza con gli interessi anche minimi dei pochi che decidono i destini di tutti. A tal punto da non poter comprare impunemente un pezzo di terra confinante, né vendere a chi più aggrada, né partecipare agli appalti, né mettere su un’attività. Né, a volte, votare le proprie idee.
(…)
Finisce che dalla libertà condizionata si decide di passare agli arresti domiciliari. E ci si rintana dentro casa, nulla si fa per progredire, si sogna un futuro altrove, si fa finta di non vedere. Ecco perché noi calabresi non reagiremo. Intendiamo esercitare il sacrosanto diritto di avere paura. Qui siamo impregnati di ’ndrangheta. Li troviamo ovunque, anche nei cortei antimafia, li troveremo, ne sono sicuro, persino nei cortei di protesta che qualcuno organizzerà per l’attentato alla Procura. Magari in prima fila, con le facce più afflitte, con la voce che si leva più alta alla condanna. Magari con la fascia di traverso o dietro un vessillo importante. Perciò, cominci lo Stato
.”

Certo lo Stato ha un ruolo imprescindibile laddove si tratti di controllare l’imprenditoria locale o di confiscare proventi di denaro sporco. Perché non basta arrestare i delinquenti, occorre colpirli nei loro interessi, solo allora si afflosceranno come le meduse secche sui litorali.

Ma, mentre aspettiamo lo Stato, ci sono delle cose che possiamo cominciare a fare come società civile, con la nostra buona volontà e ai nostri posti.

Penso in primis al cambio di mentalità che ciascuno può operare su se stesso, per togliere da sé le radici di una cultura mafiosa. E qui come non ricordare l’opera di Mons.Giancarlo Bregantini?

Penso a quanto possono influire gli insegnanti, formatori dei calabresi di domani.

Penso a tanti movimenti a larga partecipazione giovanile comeAmmazzateci tutti, che cominciano a fermentare certi territori con una cultura della legalità e della vita, dandosi forza insieme.

Musolino, non si accontenta di condividere l'analisi di Gangemi perché "lo scetticismo amaro, il disincanto, una buona dose di pregiudizio e diffidenza fanno parte di noi, ma se ce ne lasciamo vincere ci resta solo l’amarezza della sconfitta, della resa.
E non sarà la nostra acuta capacità di analisi a renderla meno bruciante. Non servirà neppure chiuderci in casa, dirci tra di noi che solo chi è vittima (u patutu) può veramente capire.
Avremo perso, definitivamente, perché isolandoci, ci precluderemo persino la speranza che anela e si nutre di relazioni, di spazi ampi ed aperti.
”. E invita ad aver chiaro chi è il nemico e a non abbandonare la lotta.

I messaggi della ‘Ndrangheta allo Stato stanno continuando e si stanno cercando di interpretare:  un nuovo periodo di stragi all’orizzonte, una protesta contro l’operato della procura condotta da Salvatore di Landro, che agisce con maggiore efficacia rispetto al passato.

La Stampa ha raccolto oggi la testimonianza di un imprenditore calabrese, Gaetano Saffioti, che ha denunciato le estorsioni subite.
Leggendola si coglie che, se è vero che tutti abbiamo “Il diritto di non essere eroi” – anche Musolino  conviene su questo -, ciò non vuol dire che di eroi non ce ne siano.

Ma forse più che il momento dei grandi eroi inimitabili, è il momento dei tanti cittadini con idee chiare, magari paurosi, ma che si sostengono l’un l’altro nel procedere dalla 'libertà condizionata' non verso gli 'arresti domiciliari' ma verso la riconquista della libertà.