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cinema / TV

di Mario Dal Bello

Il dolore del mondo

PesaroFilmFestival47Premiato il film coreano The Journals of Musan per “l’ininterrotta tensione morale”. Sguardo sul nuovo cinema russo. Retrospettiva su Bertolucci.

Sono rari i festival di cinema – almeno in Italia - che uniscano passione, spessore culturale, gusto per il nuovo e partecipazione popolare, insieme ad un’aria colloquiale e familiare che non guasta mai. Il Pesarofilmfest da 47 anni insiste nel legare il passato col presente – ed i l futuro - del cinema internazionale secondo una linea ancora più affermata nell’ultimo decennio dal direttore Giovanni Spagnoletti.

Questa volta, l’ultima settimana di giugno,  è toccato ad una sventagliata di lavori russi, documentari e film, di registe in particolare, giovani, determinate e con un notevole bagaglio tecnico. Certo, la Russia attuale appare un mondo che, se per noi occidentali si concentra su Mosca e San Pietroburgo, per il cinema guarda molto più in là, in una terra-continente  vario e oggi disarticolato di soldati in Cecenia, di set di moda che sfiorano il porno, di contadini di regioni remote, di gioventù disadattata. Lo sguardo è gravido di sofferenza.

Penso, fra tanti,  a The Rowan Waltz di Alena Semenova, classe 1980, storia di militari inviati nei villaggi della Vologda ad insegnare alle donne a sminare i loro campi dopo la guerra.  Lo spettro del conflitto continua ad essere presente  ed i sentimenti, anche l’amore, vengono travolti da una sorta di “nemico invisibile”. Lo stesso che oggi frammenta le vite dei giovani, come nel sospeso “Truce” – la tregua – di Svetlana Proskurina, in cui il ritorno di un giovane camionista al paese natio per formarsi una famiglia ed uscire dal nichilismo attuale è il ritratto di una possibile speranza per la “nuova” Russia.

Un grido percorre dunque il mondo. Narrato con pietà e realismo. La vittoria perciò del coreano The Journals of Musan appare legittima. Il regista Park Jung-bum ha diretto ed interpretato la vicenda di ogni nordcoreano che si trasferisce nel sud del paese, a Seoul, per superare le difficili condizioni economiche. Relegato in una periferia degradata, il protagonista viene accolto solo dalla chiesa, dove incontra una corista con cui può aprirsi ad una “disperata speranza”.
Una storia  di emarginazione, pregiudizio e sfruttamento. Ma  di valore universale, perché il fenomeno migratorio è oggi una realtà globale, di cui i l film coreano è un racconto drammatico.
Storie dunque di oggi, e di ieri.

La retrospettiva sull’opera di Bernardo Bertolucci ha svelato, anche grazie alla sua presenza – su una sedia a rotelle ma pur fervido di attività -  il nostro recente passato, colto dall’occhio di un narratore d’eccezione, attento  alla sofferenza dell’uomo e al suo futuro. Certo, la visuale del regista piacentino oggi appare in certi casi fortemente ideologizzata e puntata più alla descrizione che allo scavo psicologico. Se si pensa a The dreamers, ad esempio, sulla rivoluzione giovanile del ’68 a Parigi, si avverte  una unidirezionalità d’intenti che offre un approdo di alta classe interpretativa e tecnica, ma non universale. Come invece capita al suo film più hollywoodiano, L’ultimo imperatore, dove i l racconto si fa epos commosso e libero.

Tra proiezioni in piazza ed in sala, convegni e presentazioni di libri di cinema, il festival nonostante i tagli, regge e molto bene. Soprattutto riuscendo a coinvolgere la gente con il suo stile informale ed attento all’attualità.