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cinema / TV

di Mario Dal Bello

La vittoria di Sokurov a Venezia

Alexander_Sokurov Diciamo la verità che in diversi ce l’aspettavamo o meglio lo desideravamo. Ma lui, Alexander Sokurov, 60 anni molto ben portati, non ha protettori alle spalle, produttori importanti, press agent eccetera. Per cui far vincere un film d’arte alla mostra d’arte cinematografica di Venezia, imbolsita negli ultimi anni dalle ragioni del mercato (leggi Cina e/o Usa), pareva un sogno impossibile. Invece,  il Nostro ce l’ha fatta. Uno scatto di coscienza artistica nella giuria? Può darsi. Perché il Faust che ha vinto il Leone d’oro è poema immane, aggressivo. Di una malinconia terribile, di una sfida anche ai grandi problemi del bene e del male. Sokurov, umanista di gran talento, visionario come la pittura di Altdorfer a cui si ispira, ma anche attento alle visioni profetiche di un Dante, estrae dal poema di Goethe ciò che gli interessa e lo situa in atmosfere nebbiose, tra esseri anche orripilanti come è il male, in tensione spasmodica verso la verità.
Film che non a tutti potrà piacere, perché ha bisogno di un animo pronto alla discussione su sé stessi. Ma affascinante, tanto da poter esser visto più di una volta.

Il grande tema dell’uomo e dei suoi rapporti ha improntato anche le migliori opere in laguna.
Drammi di sapore teatrale, in primo luogo. Le Idi di marzo, diretto e interpretato da George Clooney, che ha aperto la mostra, è una indagine sulle strutture del potere che corrodono, specie nel mondo mediatico e politico, anche gli animi più idealisti, se non sono sufficientemente forti.

Carnage di Polanski affonda il coltello nelle ipocrisie dei rapporti sociali e familiari con una potenza drammatica che solo una regia perfetta rende sopportabile, tanto è vasto il crescendo dei conflitti interpersonali e tanto è cruda la verità che ne emerge.

In Italia, attira il film di Olmi, Il villaggio di cartone, non in concorso, ma superiore per spessore umano e civile sia al film della Comencini – di una astrattezza intellettuale - sia a Terraferma di Crialese – opera a metà strada fra poesia e denuncia civile - sia all’emergente L’ultimo terrestre, bizzarra e a suo modo surreale opera prima.
Il fatto è che Olmi miscela poesia a passione civile, indagine religiosa a riflessione esistenziale con una povertà di mezzi che a qualcuno può spiacere, ma che rappresenta invece la sigla delle sue ultime prove. Grande incompreso, Olmi, da certa critica ideologica, lui che è sopra qualsiasi ideologia perché artista e uomo vero.

Ovviamente, la rassegna presentava un gran numero di lavori. Vale la pena di citare Le poulet aux prunes, favola iraniana di perdono, che avrebbe meritato almeno un premio ed invece non è stata considerata e poi A simple life, con Deanie Ip vincitrice del premio come miglior attrice, film cantonese sulla vecchiaia di eccezionale semplicità e poesia.

Un festival che ha visto passare registi del calibro di Garrel, Cronenberg, Ferrara, Soderbergh, Al Pacino, James Franco,- nessuno ha vinto qualcosa, ma non importa – si segnala come una rassegna di buon livello, in fase di rinascita.
Nonostante i guai di una organizzazione talora deficitaria, la rassegna tiene. Anche perché dà spazio a voci non più piccole. Basti pensare alle molte iniziative dell’Ente dello spettacolo, voce cattolica in laguna, con i suoi incontri sia con i fratelli Dardenne che con Sokurov. Per dire che Venezia è ancora viva.