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relazioni

terza sessione:

"Comunicazione e unità - le prospettive"

Globalizzazzione e mondo unito

3s-michelezMichele Zanzucchi
Giornalista, autore televisivo e scrittore, esperto di problemi sociali, dopo un soggiorno di studio e lavoro di 10 anni a Parigi è ora redattore del periodico italiano "Città Nuova".


Il tema di questa terza sessione è: le prospettive: globalizzazione e mondo unito. Aldo Civico ci introduce a questo argomento così vasto perché lui non è solo un giornalista freelance, è soprattutto una persona che ha in testa l’idea del mondo unito.(...)

3sessioneSul tema vasto e complesso della globalizzazione, soltanto quest’anno in Europa sono stati pubblicati 400 volumi. Quindi il mio non sarà uno sguardo da intenditore, da professore di scienza delle comunicazioni, ma semplicemente da un operatore sul campo di battaglia. È giusto che questo argomento lo trattiamo dopo i primi due, che trattavano piuttosto delle persone, dei rapporti tra le persone, dei contenuti, dei valori, perché queste due sessioni hanno dato le premesse a quanto diremo oggi, a quanto diremo tutti quanti noi oggi. Riprendiamo brevemente quello che Chiara detto nel suo tema. Parla di globalizzazione in termini ambigui. Diceva: "La globalizzazione che omogeneizza le culture soffocandone le ricchezze". Quindi è un fenomeno dalla doppia valenza: dipende dall’uso che se ne fa. Sul "mondo unito", invece, Chiara è molto più esplicita e dice: "L’importante, però, è che tutti insieme possiamo partire da qui con la comune determinazione ad usare i mass-media per quello che devono essere: strumenti per realizzare un mondo più unito". Potremmo chiudere qui, però siccome Chiara ci ha invitati ad andare avanti, andiamo avanti. "Globalizzazione" è un termine che come sapete, è nato negli Usa, non è nato in ambiente della comunicazione ma piuttosto in ambienti accademici di economia e di sociologia e sostanzialmente vorrei indicare effetti di quegli sviluppi del processo tecnologico che ha ridotto le distanze, ha accelerato i tempi e ha aumentato le possibilità, la quantità di comunicazione. Si ragiona in termini quantitativi più che qualitativi; i qualitativi sono lasciati piuttosto alla responsabilità, o all’irresponsabilità del singolo.(...)

"Rete" o "Net", è questo il termine che sembra sovrastare tutti gli altri. Internet sembra un Dio, quasi, oramai. E nello stesso tempo è il termine che meglio può spiegare questa globalizzazione. Se guardiamo la storia del nostro movimento, vediamo che in fondo già 50 anni fa, nell’esperienza iniziale del movimento, si parlava proprio di "rete", una rete che doveva avvolgere il mondo: non tanto un’organizzazione artificiale fatta a tavolino, quanto "un’architettura" di rapporti reali, di rapporti fraterni tra la gente di tutto il mondo. E se a posteriori oggi vediamo che il movimento è diffuso in 184 nazioni, ebbene, forse si può dire che almeno qualcosa di quel sogno degli anni 40, degli anni 50, si è realizzato. Per la cronaca, il giornale in cui lavoro, Città nuova, per motivi di copyright, per alcuni anni, agli inizi, si è chiamato proprio La rete. La rete non è una piramide, e non è neppure una retta: ogni punto può essere centro o periferia. Dipende dalla "presenza" che ha sulla rete, dalla sua vitalità, dalla sua visibilità, dalla sua influenza. Quindi siamo passati da una logica della subordinazione a una logica degli incroci, a una logica delle piazze più che una logica delle vie. Questo ci introduce anche – un brevissimo accenno – alla teologia, perché nel pensiero cristiano del Dio uno e Trino c’è questa logica della comunicazione di oggi. Cito un teologo tra i tanti: "In seno alla Trinità, ogni persona è divina in quanto comunica ed è diversa dagli altri". Ma non siamo in un convegno di teologia e allora andiamo avanti.

Passiamo all’altro termine del nostro titolo: "Mondo unito". Mondo unito qui è più semplice, copyright è molto più semplice da trovare: appartiene ai giovani del movimento che agli inizi degli anni Ottanta hanno incominciato a parlare di mondo unito. Quelli che si riferiscono a questo ideale che ci unisce, spesso vengono definiti come "Quelli del mondo unito". "Mondo unito" quindi non è semplicemente "globalizzazione", ma è un vero e proprio fine per cui vivere. Il mondo unito è una "rete di rapporti", è "rete d’amore" – diciamo questo termine tanto svalutato ma che in questo caso mi sembra pregno di significato. E allora, come ci ha detto Chiara in conclusione del suo discorso - lo cito perché mi sembra il punto centrale del nostro pomeriggio – "La globalizzazione non soffocherà i popoli, ma si trasformerà in una comunione mondiale tra le civiltà e le culture, dove tutte le ricchezze spirituali e materiali diventeranno patrimonio comune, senza mortificare ma sottolineando la singolarità di ciascuno, in una continua dinamico di unità e distinzione".

Per andare un po’ più a fondo oggi e per introdurre anche gli interventi di tutti quelli di noi che sono oggi sul palco, abbiamo preso 4 problemi e 4 piste di ricerche. Noi non abbiamo ancora delle soluzioni ma delle piste di ricerca si, non siamo futurologi, ma insieme possiamo capire qualcosa, qualche direzione verso le quali stiamo andando. Primo problema – problema che è sotto gli occhi di tutti -: il potere, l’uso del potere. Dice uno dei guru della comunicazione, Noam Chomsky: "Nel mondo della comunicazione la regola è scegliere atteggiamenti facili e obbedire al potere".La new economy va proprio in questa direzione. Si guarda poco al nome che sta prima della chioccioletta (@) e si guarda molto al nome che sta dopo la chioccioletta. Come reagire a questo problema? Mi sembra che una pista potrebbe essere quella di un duplice sforzo nel quale siamo già incamminati: da una parte creare delle forme di proprietà, dei media, delle forme più sociali, più attente all’uomo anche se ancora piccole, direi utopiche, come possono essere quella di Erik Hendriks che abbiamo ascoltato stamattina, la Silvester Prodution, la Sesamo Comunication quella che abbiamo visto ieri dei Casprini, la stessa Città Nuova, la stessa radio Aymara di cui abbiamo sentito parlare oggi dalla Bolivia. Questa è una direzione. L’altra direzione? Tanti di noi partecipano invece ai media che non sono quelli del mondo unito, ma che sono più ‘normali’.
Questa doppia direzione è una direzione nella quale dobbiamo incamminarci, penso, e siamo già incamminati, anzi.
Per parlare di questo problema del potere e di questa doppia pista di soluzione, abbiamo con noi William Esposo che viene dalle Filippine.(...)

Fine novembre, Amman, conferenza mondiale delle religioni per la pace, sono seduto accanto ad un Indù vestito tutto d’arancio che mi dice una frase potente: "Noi stiamo andando dall’omogeneizzazione alla egemonia" from omogeneity to egemony. La minacciata negazione della diversità prodotta dalla globalizzazione è possibile (e talvolta già in atto). Una cultura occidentale dominante, industriale, liberista e libertaria ridurrebbe lo spazio vitale delle altre culture fino addirittura ad annientarle. Ma questa omogeneizzazione può avvenire anche all’interno della stessa cultura in cui la massa schiaccia l’individuo. E qui introduciamo il rapporto grosso del rapporto tra chi fa comunicazione chi la riceve, il problema dei fruitori dei media: di chi sta dall’altra parte dello schermo, dall’altra parte del giornale o della radio. Come, il consumatore dei media, può essere attivo nei confronti di essi? Vediamo adesso un piccolo video fatto a Trento da alcuni genitori. Un gruppo di genitori si è messo assieme, visto che avevano paura che i figli non capissero sufficientemente cos’era la TV, si sono messi a fare loro stessi un video, a produrre una favola. Ed ecco che Piero Acler e i suoi amici hanno trasformato attivamente i loro figli da passivi utilizzatori della Tv a utilizzatori attivi perché conoscono i meccanismi che stanno dietro la TV. Per parlare di tutto questo, parleremo con Luciana Colla. (...)

Dopo di lei intervisteremo Paolo Loriga della rivista "Città Nuova".(...)

Come pista di ricerca, dopo è problema dell’omogeneizzazione, penso che sia chiaro come, invocata da tante parti, si debba elaborare una nuova etica dei media. Un’etica che permetta di valorizzare l’uomo, di rispettare la sua integrità. Può essere, questa, veramente la soluzione adatta per tanti problemi. Per far questo però serve un approfondimento , un approfondimento anche teorico di tutto il problema dei media. So che tanti di voi lo stanno già facendo sia con articoli, con ricerche, con libri, con tesi di laurea. Questo è un lato, ma dall’altro bisogna anche favorire tutti quei momenti di dialogo, di affratellamento reciproco con chi è diverso, spiritualmente o fisicamente lontano da noi. Ecco, quest’etica teorica e pratica penso che sia una pista da seguire, che stiamo già seguendo.

Un altro problema di cui si è già parlato in questi giorni: l’eccesso. C’è un giornalista italiano – Giorgio Bocca – che dice: "Nell’era delle notizie, nessuno sa niente". Il problema dell’eccesso: abbiamo una quantità incredibile di informazioni – basta quelli che usano l’e-mail, se appena danno il loro indirizzo in giro, veniamo subissati ogni mattina da nuovi e-mail finché è difficile riuscire a spulciarli e a rispondere… Ma ancor più grave spesso si raggiunge addirittura l’impossibilità di ragionare con la propria testa e si è presi dal mezzo. Ecco la risposta, allora, la piccola risposta che cerchiamo di dare è la responsabilità. Alcuni parlano di etica delle responsabilità, come Hans Jonas negli Stati Uniti. Ma perché non resti una bella teoria, emerge la necessità di lavorare assieme, di produrre degli strumenti, delle società, delle associazioni, dei media che possano essere capaci di creare informazione. C’è in Europa un caso di un religioso – Padre Albanese – che tornando dall’Africa ha creato un’agenzia che si occupa solo di Africa. L’Africa, voi sapete bene, è abbandonata dai media, non interessa a noi. Lui ha creato un’agenzia che effettivamente dà delle notizie vere, riscontrabili. Nel nostro piccolo abbiamo anche altri esempi. Uno di questi è il giornale in cui lavoro e di cui abbiamo parlato con Paolo Loriga. Cambiamo argomento. Un altro argomento che è fondamentale in questa globalizzazione e in questo mondo unito che volgiamo costruire: la tecnologia. In fondo i media sono rimasti gli stessi dai tempi di Gutemberg, fino alla televisione, per secoli e secoli. Poi, d’improvviso, l’esplosione. Attualmente i microprocessori che sono il cuore del computer, raddoppiano di velocità ogni anno e spesso le nostre tasche lo sanno bene che bisogna sempre aggiornare i computer. Ci sono nuovi mestieri: quanti di noi che sono qui lavorano nel campo dei new media e che solo 10 anni fa non avrebbero minimamente pensato di lavorare in questo campo. Un nome sopra tutti: Internet. Stamattina ne ha parlato Zavoli. Vedremo un po’ di approfondirlo con Stefania Tanesini e Giulio Meazzini.(...)

Tutto quanto abbiamo detto, mi sembra che confermi quanto le affermazioni che vi avevo letto all’inizio di Chiara. La globalizzazione è in sé neutra finché l’uomo non la trasforma in qualcosa di positivo o di negativo. Il mondo unito invece è uno scopo e nel contempo una presenza. E’ solo un sogno, è solo un’utopia come tanti dicono e forse, come talvolta anche noi stessi pensiamo. Forse. Ma mi rifaccio ai teologi che dicono una frase: "Il già e non ancora", la presenza di Gesù è già e non ancora, il Paradiso è qui già e non ancora. Ebbene, io penso che noi possiamo continuare a lavorare anche con i media per una grande idea, grande come il mondo, potremmo dire, perché c’è già qualcosa, qualche seme c’è già.
Nell’introduzione spiegavamo che era importante nel nostro titolo la congiunzione ‘e’ tra comunicazione e unità. Ebbene, per concludere, vorrei proporvi alcune varianti al nostro titolo, che non vogliono sostituire le indicazioni concrete che ci ha dato Chiara, tutt’altro, anzi: vogliono essere semplicemente dei corollari a quello che lei ci ha detto.
Il primo: unità e diversità. Non avere paura del diverso da sé, valorizzare la propria cultura ma anche quella dell’altro. Chiara ci diceva, non a caso: "Per comunicare farci uno". Un secondo punto: unità e universalità. Tutti devono poter comunicare, grandi e piccoli, dotti e ignoranti, uomini e donne, deve essere normale l’uso dei media, accessibile a tutti, senza discriminazioni. Chiara ci diceva ieri: "Il comunicare è essenziale".
Terza cosa: unità e unicità della persona. Il primo mezzo di comunicazione, il più valido, cos’è? Siamo noi stessi, altrimenti i mezzi non servono assolutamente a nulla. E non si tratta solo di comunicare ma addirittura di dare se stessi nella comunicazione. Ricercare una realtà concreta, non una virtualità di rapporti. E’ quello che ci diceva Chiara: "Importa l’uomo non il medium".

Unità e verità: che ciò che si trasmette corrisponda a verità, che anche il negativo reale non sia gettato in pasto senza raziocinio agli spettatori, ai consumatori. Serve una comunicazione di qualità. Chiara diceva: "Sottolineare il positivo". Un’ultima proposta: unità e famiglia. Lo scopo del mondo unito è quello di costituire una grande famiglia con le dimensioni dell’umanità; è quindi anche lo scopo della comunicazione, di quella – come diceva Chiara – non invadente, che ha rispetto del pubblico, che non lo strumentalizza, che propone valori veri e condivisibili. L’umanità ha bisogno di famiglia, quel luogo dove ognuno acquista il proprio ruolo, quel luogo dove in fondo l’uomo trova la propria felicità.