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Comunicazione, CULTURA, reciprocità

"Un'editoria per l'uomo"

c04-txt_falmiDonato Falmi
direttore editoriale editrice Città Nuova

L'antica città di Magontia, oggi Mainz, è attraente per molte cose: arrivandovi da Francoforte si incontra la suggestiva confluenza del Meno nel Reno; e da qui si inizia a scorgere il profilo ondulato della città in cui troneggia possente la grande mole del duomo romanico e l'occhio corre forse ad individuare la chiesa di S. Stefano nota per le azzurre vetrate di Chagal. Camminando poi senza meta precisa per le sue strade e piazze, accade di ritrovarsi sotto la statua di lui, Gutenberg, un oscuro artigiano in cui la storia deve riconoscere un genialissimo inventore e che oso definire un grande umanista.

È incalcolabile il balzo in avanti che l'invenzione della scrittura ha prodotto nell'umanità. Essa, come illustri studiosi sottolineano, ha introdotto una sorta di "contemporaneità" tra coloro arricchiscono la lingua e il pensiero di un popolo e gli uomini e lo donne dei secoli successivi, consentendo a questi auctores di scrivere: «e tu lettor...», come a persona presente nella sua stanza.

Ora, l'invenzione di Gutenberg si salda esattamente in questo rapporto privilegiato di comunicazione di informazione e di riflessione, e perciò riguarda più da vicino di altre lo spirito dell'uomo.

Non si tratta di confondere il mezzo, lo strumento, con ciò, ben più importante, che viene veicolato attraverso di esso. Certo però che il mezzo acquista significato e valore da ciò a cui serve e si applica, e che non si ottiene alcun risultato senza gli strumenti necessari allo scopo.

Da Mainz parte una rivoluzione che viene circondata di molto scetticismo, come riferisce Dario Moretti nel suo testo Il lavoro editoriale citando l'abate benedettino Giovanni Tritemio, il quale nel 1492 scrive: «La scrittura, se posta su pergamena, può durare anche mille anni. Se un volume di carta può resistere duecento anni è già molto... I codici manoscritti non potranno mai essere paragonabili a quelli a stampa, perché l'ortografia e l'ornato dei libri a stampa sono spesso molto trascurati, mentre la scrittura è sempre prodotta con estrema cura e attenzione». In realtà tale rivoluzione, fondando l'arte della stampa, arriva giusto in tempo a sostenere la nuova stagione culturale dell'umanesimo nel momento della piena maturità.

È passato il tempo dei solitari e sconosciuti monaci irlandesi dell'alto medioevo, i quali provenendo dai confini estremi di un'Europa che stava perdendo le conquiste della civiltà greco-romana, con istinto perfettamente cristiano alternano preghiera e penitenza alla riscrittura di libri. Questi "stranieri", fondendo la loro cultura con quella cristiana, acquistano il senso del "bello" e della ricerca del "vero", e li ritrovano paradossalmente anche nel "mondo" da cui fuggono per ritirarsi in solitudine con Dio ma che hanno appreso dal Vangelo a servire perché "Dio si è fatto carne". Giocando sui termini, si potrebbe addirittura parlare di monaci-editori. Attenzione: non tipografi, perché prima di Gutenberg il termine non è consentito, ma editori, sì.

Ho così introdotto nel mio discorso, dopo: umanesimo, cultura, civiltà, cristianesimo, il termine: editore, in un senso lato che non compare per la prima volta nella storia. Come è noto, la civiltà sumerica, gli egiziani, i compilatori ellenistici sono già cultori del libro inteso in senso lato.

Che cosa c'è di nuovo nell'«editoria» di questi monaci? Mi sembra di poter sottolineare un elemento almeno decisamente innovativo. I vari "cultori della scrittura" delle età precedenti compilano o raccolgono testi innanzitutto per utilità pratica, per erudizione personale o di categoria, per effetto di mecenatismo. I monaci irlandesi, e poi benedettini di varia provenienza etnico-geografico, sono animati da diverso atteggiamento: curano le edizioni dei classici indipendentemente dall'utilità pratica, dal guadagno, dallo sfoggio di sapere. Riproducono testi di un altro universo culturale, per molti versi nemico , che andrebbe perciò cancellato. Contravvengono palesemente in molti casi, date le precarie condizioni economico-ambientali quasi di sopravvivenza in cui si trovano a vivere, all'antico adagio che dice: «Primum vivere, deinde philosophare». Di nuovo allora vi è in questo lavoro l'implicito riconoscimento di valore per ciò che di meglio ha prodotto lo spirito umano, senza falsi pudori e letture ideologiche, di cui, pur nella diversità, ci si sente in qualche modo figli, c'è autentica simpatia per la cultura . Pare di sentire ciò che scrive Piero Gobetti: «L'editore deve rappresentare un intero movimento di idee. Deve esserne convinto, conoscerlo profondamente ... Per questo egli può avere un amore per la sua funzione nella vita sociale, può lavorare per una idealità».

È questa simpatia congiunta all'invenzione umanistica di Gutenberg a creare l'editoria in senso moderno, questa saldatura di universalismo antropologico cristiano e di tecnica che si pone al suo servizio. Il moderno editore infatti non è un tipografo e, usualmente, non è un autore o un erudito specialista, ma uno che pone a disposizione della collettività una abilità particolare: far incontrare l'autore con il suo pubblico dando contemporaneamente lavoro a una serie figure professionali intermedie (redattori, correttori ecc.), secondo le dure leggi del mercato, nelle piccole fatiche di una pubblicazione di poche pagine come nell'organizzazione articolatissima di una enciclopedia a più volumi. A questo proposito può essere opportuno riferire un aneddoto raccontato da Valentino Bompiani nel suo Mestiere dell'editore . Si era nel corso della lavorazione del monumentale Dizionario delle opere dei personaggi e degli autori di tutti i tempi e di tutte le letterature . Bompiani ricorda:«Assegnate le voci, esse venivano rivedute, corrette e approvate o respinte dai direttori, poi riscritte in redazione per uniformarle, eliminando, per esempio, l'aggettivazione generica e gli avverbi approssimativi ... Poi il professor... per ogni lemma riempiva una scheda grande come un fazzoletto: date, controllo dei titoli, delle citazioni, dei rimandi, uniformità nel corso dell'opera... ventimila schede a scrittura minuta! Come ha potuto farlo? Perché è pazzo, un pazzo di Dio, a suo modo». Insomma, senza scendere nei particolari, si può comprendere come il lavoro editoriale sia una attività sulla soglia della quadratura del cerchio.

Questo mediatore culturale ha il privilegio e il rischio di essere il primo lettore, per cui finisce per perdere in certo senso il gusto della lettura personale per acquisire quello di leggere per gli altri ; in ciò non è forse il miglior erede dei pazienti e oscuri ammanuensi degli scrittori monastici? Una figura quindi che interpreta la cultura intesa come elaborazione estetica, teoretica o scientifica come relazione interpersonale, amplificando in questo modo l'originale e possente voce dell'autore che però deve "trovare il modo" di arrivare alla sua naturale destinazione: l'altro .

La categoria dell'altro si salda così strettamente alla professione editoriale e viene vissuta attraverso un oggetto particolare: il libro. Grande cosa il libro, monumento umano che precede d'importanza ogni statua, edificio sacro o profano, superiore ai grandi castelli e alle grandi torri di difesa, superiore allla Grande Muraglia e persino alle piramidi. Ma oggetto e non soggetto . A questo proposito vorrei aprire una breve parentesi. Anni fa, in S. Pietro ci fu il drammatico "ferimento" della Pietà di Michelangelo. Sdegno e sgomento da parte di tutti e addirittura rabbia. Ricordo che rimasi per un attimo terribilmente sorpreso di quanto stava succedendo; quella statua certo rappresentava un ideale di bellezza irrinunciabile, un simbolo di quali vette possa toccare il genio umano, ma era pur sempre un oggetto di fronte al povero "folle" che invece era pur sempre un uomo , e come tale sempre un soggetto , la vera immagine dell'Eterno. Fu una lezione importane che conservo tutt'ora per il mio lavoro. Grande cosa il libro, ma esso è per l'uomo e mai l'uomo per il libro .

Tale acquisizione ha svariate forme di applicazione, perché il libro (consentitemi, per semplicità di discorso, di comprendere con questo termine anche il prodotto editoriale informatico), nella sua più profonda realtà, non è di carta ma è fatto di persone : l'autore, il redattore, il grafico, il tipografo, l'agente commerciale, il libraio, il bibliotecario, il lettore. Questi sono la vita del libro. Un universo umano di straordinario spessore che raccoglie in sé la dimensione del vissuto, dell'intelligenza, della sensibilità e del gusto ecc.

È per tutto questo che in una cultura umana matura e libera non possono mancare i libri. Rimane sempre suggestivamente vera la metafora inscenata nel famoso romanzo di Ray Bradbury, Fahrenheit 451 , che ipotizza la fine della civiltà causata da un potere dittatoriale che ha scelto la via più sicura per eliminare l'umanità: la distruzione sistematica e definitiva di tutti i libri. Emozionante e carica di speranza la risposta di uno sparuto resto di uomini e donne di ogni età che reagiscono diventando ognuno di loro un libro imparato a memoria. La proposta, liberata dalla suo simbolicità, rimane seducente. Colloca tutti i protagonisti del libro al loro autentico posto togliendo al libro stesso il velo che può nasconderne la vera identità, e cioè da oggetto , come realmente è nella sua isolata materialità, a soggetto se lo si considera in rapporto all'essere umano da cui deriva. Un soggetto tra soggetti , interagenti tra di loro. Ritornando alla metafora cinematografica citata sopra infatti, i libri viventi , perché quelli cartacei sono stati bruciati, si incontrano e per rimanere vivi si dicono l'uno all'altro, cosicché l'uno si faccia parola per l'altro. Parola che diviene sinonimo di sapere, e sapere sinonimo di verità .

Come non ricordare allora il detto evangelico di Giovanni, in cui Gesù dichiara: «La verità vi farà liberi»? (Gv 8, 32). Il nostro lavoro di editori è allora un lavoro umano per eccellenza, rivolto nientemeno che a renderci liberi come premessa alla responsabilità personale e collettiva, e al superamento di pregiudizi e irrazionali atteggiamenti di ostilità nei confronti soprattutto di chi è straniero perché proviene da una diversa esperienza e modalità di affrontare la vita. Facendo libri, possiamo verificare quanto sia vero che il mio sapere è tale se un altro lo viene a sapere , e così è per il sapere dell'altro . Così pure la mia libertà è tale se sono libero con un altro. Per chi crede in Dio, l'Altro con cui condividere il sapere e la libertà c'è sempre. Ma Lui stesso non ritiene sufficiente il suo esserci, poiché nel Vangelo è scritto: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate reciprocamente». In questo noi editori possiamo considerare di poter operare per e con i credenti come pure per e con coloro i quali non si riconoscono in una fede religiosa: Dio si "tira indietro" (senza venir meno) e sul campo della storia obbliga noi ad essere protagonisti interdipendenti del nostro destino.

Eugenio Garin ha scritto: «Un editore è di rilievo nella misura in cui tiene fede a un orientamento, a una consapevole linea di scelte, al di fuori di altre preoccupazioni».

L'orientamento, le scelte sono per me quanto ho detto sopra.

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