Text Size
Comunicazione, cultura, RECIPROCITÀ

"Mytos, Logos, Agape"

c04-txt_zanghiGiuseppe Zanghì
direttore rivista "Nuova Umanità"

Oggi, nell'Occidente in particolare, siamo in un momento delicatissimo: uno di quei forti e assai rari momenti di passaggio che segnano il tramonto di una cultura e l'albeggiare di una cultura nuova. Lo rivelano l'attesa e il dolore più sinceri della cultura di oggi degna ancora di questo nome; il logoramento delle parole; lo smarrimento del pensare; il tramonto del filosofo, del saggio; il silenzio dell'arte schiacciata dal predominio della parola-concetto; l'avvento di un pensare "collettivo" richiesto dalla tecnologia, dai media, ma che minaccia di cancellare l'irripetibilità del singolo e lo stupore iniziale; il dialogo sempre più necessario tra le grandi culture religiose in uno spazio originario che le contenga tutte.

Di fatto, sta tramontando, e sempre più velocemente, un certo modo di concepire - e di vivere - il pensare; e un nuovo paradigma si delinea, che è destinato, a mio avviso, a dare forma alla cultura del terzo millennio.

Vedremo, pur se in modo estremamente sommario, come è stato inteso - e vissuto - fino ad oggi il pensare, evidenziando due momenti storici successivi. E poi ci affacceremo, sempre in estrema sintesi, sul nuovo che a nostro parere si annuncia.

La mia riflessione è quella di un cristiano. Ma penso che, per un autentico dialogo, ciascuno dev'essere sino in fondo se stesso. E la reale capacità di ascolto e comprensione dell'altro, nasce su questa identità vissuta.

 

***

Il primo momento storico del pensare è quello mitico .

Essendo esso autenticamente e originariamente umano, lo troveremo sempre presente - pur se modificato - nelle altre forme del pensare: per esempio, nella ricchezza dei simboli ai quali i concetti costitutivamente rimandano, e che sono il respiro della grande arte (quell'arte che in fondo custodisce in sé e profeticamente rivela il destino del pensare. Heidegger lo aveva capito, accostando Hoelderlin).

L'uomo che pensa nel mito è immerso nel divino, che è tutta la realtà percepita onticamente come il numinoso , il mistero incomprensibile. Dico: percepita , non pensata, essendo il percepire ontico più originario, più denso, unitario, del pensare quale noi oggi sperimentiamo.

Il divino è il grembo dal quale il pensare dell'uomo non si è ancora distinto. E' un pensare, per questo, caratterizzato fondamentalmente dalla fusione : prima dell'io, prima delle "cose", l'uomo del mito esperimenta una comunione profonda con tutto quanto lo avvolge. E tutto quanto lo avvolge è "divino" («tutto è pieno di dèi», scriverà Eraclito); e per questo ogni cosa, l'io stesso, si sottrae alla presa dell'uomo rimandandolo sempre ad una ulteriorità inesauribile presente-assente. I confini tra l'io e l'alterità - dalle cose agli altri a un dio - sono sfumati.

Il senso di dipendenza da questo divino è totale.

L'espressione tipica della cultura del mito è il rito : quell'insieme di azioni - gesti e parole - che servono a custodire l'originaria unità del tutto, l' Arché , e fanno vivere l'uomo in questa Arché , in un oggi atemporale nel quale passato-presente-futuro trascolorano e passano l'uno nell'altro.

La figura dominante nella cultura del mito è quella del "sacerdote". Da un lato, egli è il custode della solidità delle tradizioni nei riti originari, conservati senza innovazioni, perché in essi il divino è atemporalmente presente; dall'altro, come "mistagogo", il sacerdote attraverso i riti custodisce l'immersione nel divino in una continua reimmersione: perché, se l'immersione è originaria, tale da potersi dire lo spazio vitale dell'uomo, il suo stesso respiro, è anche continuamente da rinnovare perché sempre minacciata dalla spinta dell'uomo ad appropriarsi di sé e in sé smarrirsi, ponendosi fuori dell'Inizio. Il tempo, la storia, lo spazio incombono, pronti ad allontanare dall'unità dell'Origine.

Nella cultura del mito il soggetto che pensa non è il singolo come tale (il singolo è sempre "lacerazione" del tutto): è "il gruppo", cui il singolo è identificato. E l'unità del gruppo custodisce l'unità dell'Inizio: è il gruppo che custodisce il singolo nel divino, nell'Origine.

Qualsiasi novità del pensare - che può esser data solo nell'emergere delle singolarità dei membri del gruppo - è rigettata, perché disarticola, "ferisce", l'unità, l' Arché originaria.

La conoscenza è tutta e solo immersione nel divino: più accoglienza che restituzione espressiva.

Gli uomini del mito si sentono conosciuti , posseduti dal divino.

Per l'uomo del mito, il pensare è tutto e solo vita: esso non si esprime ancora in quei frutti della mente che saranno i concetti, ma in un semplice guardare degli uomini con infinito stupore le cose e se stessi immersi nel grembo divino, nell' Arché originaria. Esprimendo questa unità originaria e onniavvolgente in un insieme di simboli che fa corpo con la realtà, che è la realtà stessa.

Non si deve credere, però - e il rito lo rivela -, che la cultura del mito sia facile serenità. Essa è abitata nel più profondo dall'angoscia di una misteriosa colpa originaria per la quale l'essere immersi nel grembo divino è stato incrinato fino alla minaccia dello smarrimento. E in questa colpa si fa presente un lato "oscuro" della divinità: l'Apollo solare è anche il datore di morte. Il divino stesso è piagato da una sua arcana ferita.

La figura che più intensamente dice il divino pensato - percepito - e ritualmente fatto presente nel mito, è quella della Grande Madre, che in sé tutto custodisce e nutre. La Madre da nulla generata e tutto da se stessa generante. E se nell'evoluzione storica la figura della Madre acquisterà sempre più i tratti del padre - metamorfosi accompagnata da un acuirsi del senso di colpa per una unità violata -, non dimentichiamo che la Dea Madre, per il mito, sarà sempre l'intimo più segreto del dio-padre. Il greco Zeus è anche, e tutto, Metis, la dea delle grandi acque. E in fondo Ulisse, così avido di conoscenza, anela solo al ritorno: a ritrovare Penelope, la Donna-madre. Tutto il suo viaggio è memoria-ricordo di lei.