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sessioni comuni

Il silenzio e la parola. La luce

c04-txt_zanzucchiMichele Zanzucchi
caporedattore rivista Città Nuova

"Il silenzio e la parola. La luce". Ecco un titolo ricco di una pluralità di significati, che in questo momento di riflessione che segue l'intervento fondante di Chiara Lubich, vorremmo cercare di esplicitare. Un titolo che non può essere letto separatamente dal sottotitolo: "Comunicazione e dialogo nelle arti e nei mestieri dei media: idee e sperimentazioni. Il comunicatore può essere costruttore positivo della società?". C'è un soggetto - i comunicatori- che sottolinea l'importanza dell'elemento personale nella comunicazione. Sono poi indicati due modi di presenza - sperimentazioni e idee -, che vogliono indicare come nel nostro campo l'elaborazione intellettuale debba avanzare parallelamente all'azione. Non manca poi la definizione dei settori nei quali lavoriamo e pensiamo - i mestieri e le arti dei media -, settori necessariamente vari, che vanno dalla tecnica informatica all'arte creativa.

Il nostro è un tema che può far alzare lo sguardo verso il futuro della comunicazione.

Le riflessioni finora sbocciate tra gli amici di NetOne si sono ispirate in particolare ai primi discorsi che Chiara Lubich ci ha rivolto. NetOne crede che oggi, sotto la spinta degli epocali cambiamenti determinati dalla globalizzazione e dal progresso tecnologico - senza dimenticare il contesto minaccioso delle nuove guerre e del terrorismo -, occorra contribuire a rinnovare il mondo della comunicazione, sulla base di una solida elaborazione culturale.

Ma a quale tipo di comunicazione ci riferiamo? Innanzitutto siamo convinti che essa abbia a che fare con l'essere stesso dell'uomo. Essa ci pare espressione della fraternità originaria e irriducibile che unisce le persone. La comunicazione ci sembra perciò essenziale al bene comune, e i media ci appaiono strumenti - e non un fine in sé - per realizzare un mondo più unito. Esiste in questa direzione un enorme potenziale assopito che va risvegliato. La comunicazione ovviamente è per l'uomo, e non l'uomo per essa. Inoltre è di per sé e in sé, positiva; quindi lo sono anche la comunicazione professionale e i media, che possono tuttavia diventare negativi in base all'uso che se ne fa.

A fronte di una comunicazione che spesso manipola la verità e che è alimentata e alimenta un forte relativismo etico, va poi favorita una comunicazione che non indulge al compromesso, ma che rispetta e fa maturare la responsabilità e la dignità della persona, aprendo alla dimensione spirituale dell'uomo. Una comunicazione che sappia cogliere i "segni dei tempi", che fioriscono spesso dove le piaghe sono più laceranti. Il risultato sarà, lo speriamo, una visione più oggettiva della realtà.

Silenzio e parola

Tale affascinante binomio ha dato origine alla riflessione sulla comunicazione e sul linguaggio sin dai primi tempi della storia umana pensante, a cominciare dai pensatori dell'antichità. Platone, memore dell'arte maieutica e dialogica di Socrate, considerava il silenzio come la via maestra e la condizione indispensabile per l'emergere di quel logos , di quella "parola", che tanta influenza avrà nel pensiero occidentale, ed in particolare in quello cristiano, che prese in prestito alcune categorie greche per comunicare il proprio messaggio. Il Logos diventerà il Cristo stesso, per i cristiani.

Ma anche in altri universi di pensiero, penso a quello buddhista e alla sua ricerca del nirvana , il nostro binomio è stato sorgente di vita e di riflessione.

Nelle seguenti tappe della storia del pensiero cristiano, il binomio silenzio-parola ha continuato ad avere una sua importanza, soprattutto nell'implicita certezza che il Verbo divino sosteneva con le sue leggi il vivere sociale e il pensare stesso. Ciò aveva delle implicazioni importanti nella convivenza civile, che doveva svolgersi nell'ordine, in cui silenzio e parola erano imposti o tolti dall'autorità. Tuttavia, più di quanto si pensi, il pensiero medievale aveva continuato a pensare con Agostino che la persona era fatta di silenzio e di parola in ogni sua manifestazione.

Cartesio, col suo cogito , ha spiazzato l'ordine costituito introducendo il metodo del dubbio, che tra silenzio e parola scavò un fossato che la modernità farà poi fatica a colmare. Fino al «silenzio liberatore» di Friedrich Nietzsche, giusto dopo l'esperienza di quei Lumi che intendevano rompere il monopolio della religione sulla luce.

La comunicazione interumana diventa allora difficoltosa; ha bisogno di nuovo fiato che sembra arrivarle con la comunicazione di massa: se Gutenberg aveva fatto uscire la comunicazione dall'impasse medioevale, ora il tubo catodico e il chip hanno la pretesa di diventare i nuovi tipografi, facendoci uscire dall'inferno del dubbio, per installarci nella certezza della universalità della comunicazione.

Già nel XX secolo, poi, la modernità ha dato origine alle scienze della comunicazione, una scienza plurale, di per sé dialogica e comunicativa, che però corre il rischio di limitarsi a inseguire le parole.

Il pensiero contemporaneo ha anche il merito di introdurre l'elemento della luce nella riflessione sulla comunicazione. Marshall McLuhan, con la sua ben nota formula "il medium è il messaggio", sembrava aver posto l'attenzione su un aspetto fondamentale della comunicazione di massa: il mezzo non è neutro, entra a far parte esso stesso del processo comunicativo, del messaggio veicolato. Col suo spiritualismo spesso contestato, McLuhan sosteneva che questo messaggio veicola luce. Essa, però, viene ora presa in considerazione assai poco dai teorici della comunicazione, perché si ritiene che sia piuttosto di carattere tecnologico, o teologico, o che essa sia appannaggio di coloro che più riflettono sulla creatività, cioè degli artisti.

NetOne è formata da comunicatori non solo cattolici, non solo cristiani e non solo credenti. Tra noi esistono valori e convinzioni da tutti condivisibili; e, se ci si imbatte in questioni ancora aperte, l'ascolto e l'annuncio rispettosi sono per noi essenziali, un modo di essere, direi. Perciò tutto quanto detto finora, pensiamo valga sia per chi crede che per chi ha convinzioni non religiose. Per chi crede, la comunicazione ha a che fare con l'essere stesso di Dio. Per chi ha poi una fede cristiana, la comunicazione aggiunge un elemento supplementare, dovuto al Dio-Uomo, che ha svelato una divinità in sé comunicativa, il Dio-Amore-Trinità annunciato dai Vangeli.

La Trinità provoca le coscienze e le sensibilità perché essa esiste solo in quanto è «perenne comunicazione», in quanto l'amore circola continuamente tra Padre e Figlio, un amore che si chiama Spirito. Nel momento in cui tale comunicazione s'interrompesse, non avrebbe più nessun senso parlare di un Dio Trinità, e sarebbe allora una vera bestemmia contro il monoteismo. Solo nell'Amore, nel Dio Amore, si può intuire l'esistenza di un Dio Trinità, perché l'Amore, ogni amore, ha bisogno di un amato accanto all'amante, che abbiano tra loro una comunicazione-fatta-di-amore.

Il Dio-Trinità ha vissuto in sé il mistero pasquale, nel quale il Dio-fatto-uomo ha conosciuto la morte, l'abbandono del Padre, in una sorta di "interruzione" della comunicazione all'interno della Trinità. Rottura che ha evidenziato, però, l'immensità dell'amore intra-divino. Non a caso Chiara Lubich, nei suoi due discorsi fondatori, ha messo in luce come i modelli per i comunicatori siano proprio Gesù che grida sulla croce e Maria ai piedi della stessa croce.

Luce

Abbiamo appurato come la comunicazione non sia costituita solo da parola, ma anche da silenzio. Inscindibilmente. La luce è segno che la comunicazione è veramente avvenuta. Essa nasce proprio dove silenzio e parola si incontrano, sprigionando quella novità, quel terzo elemento che irradia a 360 gradi come soffio rigenerante, come spirito leggero.

Come logica conseguenza di quanto già detto, non si può dimenticare quella dimensione etica che appare indispensabile al comunicatore per sostenere il paradosso della contemporaneità del silenzio e della parola, e renderlo fruttuoso, evitando il rischio infernale della semplice elisione, che alla fine è divisione.

Dimensione etica, dunque, necessaria per cercare di non dimenticare mai uno degli assiomi della comunicazione, direi il principale: nell'atto comunicativo o, per dirla con Habermas, nell'agire comunicativo, importa la persona, e non il mezzo, anche se purtroppo non è sempre così, anzi spesso conta piuttosto il guadagno, il successo, il potere, l'apparenza.

Dal nostro titolo nasce, inevitabile, un percorso etico; o, meglio, nasce direttamente dal tipo di comunicazione implicita nel nostro titolo. Un percorso che si può riassumere in una parola sola, pericolosa ormai, perché carica di troppi significati che rischiano di elidersi nel nulla: amore. Un termine che nella comunicazione dovrebbe avere invece pieno diritto di cittadinanza.

Ma quale amore? In occasione di questo terzo incontro di NetOne, esce un libretto, senza nessuna pretesa esaustiva. Esso offre solo frammenti del percorso "etico" di settanta comunicatori che si riconoscono in NetOne - quasi tutti qui presenti -, i quali hanno avuto il coraggio di confrontarsi con altrettante "virtù" o qualità del comunicatore, quelle suggerite nel nostro convegno del 2003 da Chiara Lubich, che parlava a proposito di Maria nella comunicazione. Ma emerge la convinzione, al termine della lettura, che tali virtù siano tutte racchiuse in una sola vera virtù, quella dell'amore.

Cosa ci indica Maria? Che il silenzio per il silenzio non avrebbe alcun senso. In un atto comunicativo, esso ha ragione solo se messo nella prospettiva della parola. In questa direzione, il silenzio ha il suo spazio espressivo nell'ascolto. È la condizione per poter realizzare una comunicazione completa, reciproca e dialogante, non tronca, non invasiva, non distruttiva. Senza ascolto, non si arriverebbe mai alla comunicazione. «Il silenzio è la conca che accoglie la parola - scriveva Giordani -, e il riparo dello spirito per meditarla. Chi tace, proprio col silenzio, sollecita la parola dell'altro, il quale, incontrando il vuoto, lo riempie».

"Farsi uno". Questa semplice espressione, mutuata dall'apostolo Paolo, per la massima parte dei comunicatori risulta assolutamente sconosciuta, sebbene non sia ormai completamente estranea a certe discipline. È un principio etico che indica quell'insieme di condizioni e di sfumature, se così si può dire, che assume l'amore quando vuole entrare in relazione con l'altro per essere propriamente amore. "Farsi uno" vuol dire ad esempio mettersi all'ascolto autentico di colui che come giornalista sto intervistando, o dell'attore che deve interpretare una parte nel film che dirigo, o del cameraman che non capisce quel che io, direttore della fotografia, vorrei che facesse.

( Esperienza 1 )

Ma nemmeno la parola per la parola avrebbe senso, senza il silenzio e senza la luce. Comunicare è essenziale per la persona. Così il linguaggio entra nella comunicazione, la costituisce e la sostanzia, come hanno ben intuito la linguistica e poi la semiotica, aprendo un lungo capitolo culturale che ancora non ha dispiegato tutta la sua potenzialità.

Il percorso etico nella logica dell'amore dopo l'ascolto incontra quindi il linguaggio, quasi che ci si debba mettere all'ascolto dei suoi molteplici tesori. Un'etica del linguaggio necessita tuttavia di sottometterlo sempre e comunque al soggetto, sia esso emettore o recettore. Il linguaggio da solo non esaurisce la realtà e non porta a nulla, se non è Persona e se non è basato sul Silenzio.

Dopo il silenzio come ascolto, e dopo la parola come linguaggio, nel nostro percorso etico eccoci giungere ad un terzo elemento fondamentale di qualsiasi comunicazione: il messaggio. La luce è infatti messaggio; è il messaggio più profondo che scaturisce dall'armonizzazione di silenzio e di parola. La parola diventa allora qualcosa che la coscienza umana non può rifiutare.

Così la luce, messaggio per eccellenza, ci suggerisce un corollario dai forti risvolti etici, che non può non concludere il nostro percorso morale all'interno della comunicazione. Se silenzio e parola, in relazione d'amore, emettono luce, questa stessa luce dovrà essere amore. E l'amore ha a che fare con la crescita umana, con la dolcezza, con la gratuità, con la misericordia, con l'attenzione. In una parola, l'amore è positività. All'interno del messaggio che esiste, più o meno esplicito o mascherato, in ogni atto comunicativo, e che s'integra a diversi livelli col medium stesso, comunicare "il" positivo e "in" positivo ci appare qualcosa di fondamentale.

( Esperienza 2 )

Comunicare il positivo è inoltre qualcosa che apre la strada verso la reciprocità, categoria fondamentale della comunicazione, sinonimo per tanti aspetti di fraternità e di dialogo.

Il mosaico luminoso

Ed eccoci giunti a qualche semplice parola di conclusione, coscienti che forse il silenzio sarebbe stato più opportuno dopo l'intervento introduttivo.

In primo luogo, come diffondere quella luce di cui tanto abbiamo parlato? Il cinema può venirci in aiuto: le immagini che scorrono sullo schermo sono il risultato della sovrapposizione della pellicola colorata sulla fonte di luce bianca. Ebbene, se lasciamo che la luce attraversi la pellicola, ecco che in essa possiamo giocare e danzare e creare, «segnare sulla folla ricami di luce», come suggerisce Chiara Lubich in una sua stimolante e profonda meditazione, e offrire ciò che l'uomo da sempre cerca, cioè brani di felicità. Proprio così, la comunicazione può essere fonte di felicità, se vissuta eticamente e nella responsabilità, come dialogo continuo, perché è creazione di vita nella persona e per la persona. Luce che è anche sorgente di conoscenza, via al sapere.

Una seconda pista di lavoro per noi comunicatori può essere individuata proprio in uno dei maggiori difetti della nostra categoria: poiché facciamo comunicazione professionale da mane a sera, o almeno cerchiamo di farla, ci dimentichiamo troppo facilmente che noi stessi dovremmo "comunicare tra comunicatori". Ma si fa presto a sacrificare proprio gli appuntamenti ad essa dedicati, accrescendo la nostra paradossale solitudine, poiché la "comunicazione tra comunicatori" poche volte porta a guadagni immediati. Ma quanti guadagni in prospettiva! La coesione e la vicinanza morale tra operatori alla lunga fa sempre risparmiare tempo, apre nuove prospettive, risveglia la fantasia e accresce la produttività. È proprio questa "comunicazione tra comunicatori" che potrebbe invece colpire lo spettatore, l'utente o il recettore, perché manifesterebbe un'unità non solo di facciata. E potrebbe anche rispondere alle maggiori esigenze di coerenza delle nostre vite spesso disperse in mille pezzi: coerenza professionale e umana nel contempo.

E allora NetOne si offre come luogo di comunicazione tra comunicatori - gratuitamente e intelligentemente -, come e dove necessario, per diventare culla di nuovi progetti e di nuove iniziative, attenzione a chi è nel bisogno e stimolo per chi vuole intraprendere qualcosa di nuovo. In questo senso NetOne continuerà a mantenere al suo interno non solo esponenti delle più diverse arti e dei più vari mestieri dei media, ma anche professionisti già avviati nel loro lavoro e giovani studenti che vogliono intraprendere le nostre professioni, spesso per seguire una vera e propria "vocazione". Perché la trasmissione del sapere è opera prima del vero professionista che non vuole essere solo stella isolata. Il proprio bagaglio di conoscenze - per quanto vasto esso sia - prima o poi muore se non viene trasmesso ad altri.

E, infine, che cosa ci suggerisce il nostro ambizioso titolo? Invita a non lasciarsi soffocare dall'idra tentacolare del potere per il potere, della comunicazione che si prostituisce ad esso, o perlomeno che si mette al suo servizio. O che, specularmene, se ne serve. E nemmeno lasciarsi sopraffare dalla tentazione dell'onnipotenza che darebbero i media stessi. Quale il modo migliore per non soccombere al potere il quale, guarda caso, gioca proprio sulla parola che uccide il silenzio, o sul silenzio che asfissia la parola, negando così ogni luce? Penso che sia importante mantenere fisso il "movimento" che va dal silenzio alla parola e dalla parola al silenzio, ma con l'aggiunta della luce. Luce come ispirazione e come creatività. Quale il modo migliore per non soggiacere ai ricatti del potere che vorrebbe acquistare la nostra anima e la nostra mente? Dare luce, spargere luce, quella luce che non potrà mai essere né acquistata né venduta, perché immateriale seppur visibilissima, quella che ci fa persona non lasciandoci nell'anonimato dell'individualità.

È la creatività che ci permette di combattere la legge terribile del giudizio solo quantitativo sulla bontà di quello che produciamo: così il meccanismo limitato delle mille audience che giudicano il nostro lavoro senza apprezzarne la qualità verrà in qualche modo superato. Ed è sempre la creatività che potrebbe aiutarci a trovare soluzioni atte a combattere efficacemente il problema gigantesco del digital divide , inserendo la dinamica della solidarietà nei nostri mestieri.

Ancora, sarà la creatività che darà contenuti positivi anche alle notizie più insulse o negative che saremo costretti a trasmettere. Anche solo un aggettivo ben scelto può infatti cambiare il senso ad un titolo, può stemperare la rabbia o l'orgoglio di un'anima ferita. È sempre la creatività che può aiutarci a dar fiato, bellezza e mercato (perché no!) ad un prodotto che riteniamo valido, che veicola valori rispettabili, magari considerati dall'opinione pubblica dominante come secondari o non-vendibili.

È sempre e comunque la creatività che può farci inventare nuove forme di relazione con il pubblico, con il recettore o con l'utente, per evitare che il suo silenzio sia sommerso dalla mia parola. È la creatività che può spingere all'uso di una tecnologia che non schiavizzi l'uomo, né il suo portafogli, ma che esalti la sincera padronanza della propria famiglia e del proprio futuro.

È infine la creatività - noi di NetOne lo crediamo fermamente -, che può riportare la persona al centro degli interessi di tutti i comunicatori, nella coscienza che tutti noi, ognuno nel proprio ambito e nel proprio piccolo o grande impiego, siamo tasselli di quell'unico mosaico che costituisce la casa dell'uomo, la società.

Anzi, forse noi comunicatori siamo piuttosto gli interstizi di questo mosaico, il vuoto tra i tasselli e il cemento sottostante e invisibile, come silenzio sulla parola, che porta alla luce sfolgorante del mosaico d'oro e d'argento.

Ecco la Luce che riceviamo e di cui siamo noi stessi portatori.