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Il giornalismo che vuol scoprire: il reportage

di Maria Rosa Logozzo

giulio_albanese_2La comunicazione ha nel suo DNA le radici della partecipazione. Così p.Giulio Albanese, ha iniziato la sua lezione a Intermediando il 20 giugno 2007, riprodotta nel google video allegato a fine articolo.

E ha seguitato osservando che paradossalmente oggi,  attraverso l'informazione, non facciamo altro, tante volte, che seminare zizzania, innescare dei meccanismi che, invece che essere aggregativi, confondono le idee della gente e che se uno - un giornalista -, dal punto di vista motivazionale, non ha chiare le ragioni del proprio andare, è meglio che faccia altro nella vita, anche perché la responsabilità è davvero grande.

Riguardo al reportage, esso è qualcosa di molto più impegnativo rispetto alla cronaca spicciola; e per certi versi è un incarico, un ministero che viene affidato.

Incontrando Kapuscinski in Africa, p.Giulio gli chiese una battuta su cosa significasse essere giornalista. La risposta - mai dimenticata da allora - fu questa: My desire is to search something beyond, yes, the news not in the news. (La mia passione è cercare qualcosa al di là della notizia, sì, la notizia che non è nella notizia)

In questo - continua Albanese - si deve sperimentare una spoliazione: si tratta di entrare dentro realtà che sono anni luce distanti dal nostro immaginario e sarebbe davvero un grave peccato se, da parte nostra, vi fossero dei pregiudizi.

studenti Al reportage bisogna essere preparati, inghiottire 10, 15, 20 libri... e questo per non banalizzare niente, per essere precisi, con tanta attenzione alle fonti, innanzitutto e soprattutto della società civile, indipendenti. Stare attenti a quelle che sono le fonti istituzionali perché quelle sono ‘la voce del padrone': fare il tifo per la gente!

Cercare di fotografare la realtà, il più possibile, cercando di cogliere i particolari, addirittura trovare una sorta di armonia tra il particolare e il generale e non è facile.

(...) lo si voglia o no, noi tentiamo sempre di guardare le cose dal nostro punto di vista e questo molte volte determina una sorta di banalizzazione. 

C'è una questione etica da sollevare. Se da una parte è vero che vi possono essere dei forti condizionamenti da parte dell'editore - non fosse altro che perché comunque quello che tu scrivi dev'essere venduto - dall'altra bisogna riconciliare però quelle che sono le legittime esigenze del mercato, con la sfera dei valori. 

Questo significa un grande rispetto nei confronti delle tante verità, perché poi la verità è molto complessa e noi tante volte abbiamo la presunzione di avere le idee chiare e distinte, e tante volte, purtroppo, si tratta di miraggi. 

Un altro aspetto importante: stare dietro le quinte evitando il grande rischio dell'autoreferenzialità: meno opinionismo e più realismo, dar voce a chi non ha voce, è la gente che deve parlare. 

Queste le linee portanti dei primi 10 minuti di lezione, ma di argomenti ce ne sono stati molti altri, suscitati anche dalle domande dei presenti: l'importanza e la necessità del tempo nel capire le situazioni, il non parcellizzarle, lo stare attenti a non essere dei tuttologi, la basilarità della dimensione esperienziale  e un nuovo invito a entrare dentro le situazioni (è una vera spoliazione e ci vuole tempo, penso che uno non arrivi mai fino in fondo a vivere questa dimensione di incarnazione giornalistica).

Tutte queste riflessioni, però, sono state intercalate dal racconto di episodi vissuti sul campo, alla CNN o in Africa, adrenalinici - termine che p.Giulio ha usato più di una volta -, episodi davvero esplicativi della realtà.

misna Una domanda ha portato p.Giulio a narrare la storia di MISNA, agenzia di stampa da lui fondata, di cui ha avuto le prime idee alla fine del 1996. MISNA è nata con un computer, una linea telefonica mononumerica bicanale e un telefonino cellulare. Praticamente per tre mesi l'ho gestita da solo - così racconta - e dopo tre mesi MISNA era già citata da CNN, da Reuters, da France press ...
Questo cosa significa? In fondo nell'aeropago della comunicazione e dell'informazione puoi essere come Davide che scagliò la fionda contro Golia. Lui era piccolo... Sì, questo è possibile: una sorta di mondo capovolto nel mondo dell'informazione.
  
soldatinidipiomboAl di là di tutte le considerazioni che possiamo fare insieme in una circostanza come questa - ha detto avviandosi a concludere prima del dibattito  - , dobbiamo capire che, ogni volta che scriviamo un reportage, alla fine, dovremmo avere il coraggio di chiederci: quello che ho scritto servirà alla causa del bene comune della ‘res publica' dei popoli? (...) Da questo punto di vista dovremmo sempre essere molto molto severi. Sarebbe davvero un grave peccato se diventassimo dei mercenari a servizio di Tizio, Caio e Sempronio.

L'ultima considerazione è per i credenti. Se uno è animato dalla fede e fa questo mestiere, comunque la dimensione della speranza ci deve sempre essere.
Lo ha esplicitato raccontando quanto gli è successo a Freetown in Sierra Leone il 12 marzo 1999 - data indimenticabile perché giorno del suo compleanno.

 Leggendo dal suo libro Soldatini di piombo  la citazione di alcune righe di Carlo Levi sulle guerre ha chiuso, dal cuore: Questa denuncia va fatta. Dobbiamo stigmatizzare le ingiustizie, le violenze. Dobbiamo fare il tifo per la gente.