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di Licia Paglione

Consumati per la felicità

(testo della lezione tenuta a Intermediando il 20 giugno 2007) 

liciapaglioneIntroduzione. Società dei consumi, Homo consumens

    La nostra società viene spesso definita "società dei consumi". E questo non perché in altri tempi le persone non consumassero, ma perché, secondo quanto scrive il sociologo Bauman, ciò che la caratterizza è il fatto di formare i propri membri a svolgere prevalentemente il ruolo di consumatori.

 

 

Dice, infatti, questo studioso: «Il consumatore di una società di consumatori è una creatura totalmente diversa dal consumatore di qualsiasi altra società precedente. Se tra i nostri antenati filosofi, poeti e predicatori si ponevano la questione se si lavorasse per vivere o si vivesse per lavorare, il dilemma che più spesso si sente rimuginare oggi è se si abbia bisogno di consumare per vivere o se si viva per consumare».

Tanto da poter parlare di un nuovo modello umano: Homo consumens.

1. Consumo. Secondo gli economisti e secondo i sociologi

Modello, questo, molto familiare per l'economia che, in effetti, ha dipinto l'uomo come consumatore, naturalmente soggetto a bisogni che lo trascinano verso beni capaci di soddisfarlo.

Consumare significa, dunque, ad un primo sguardo, soddisfare bisogni innati delle persone.

Il consumo, però, in economia è anche parte di un meccanismo funzionale alla crescita del sistema economico. Consumare significa, in questo senso, soddisfare una dinamica per cui l'esistenza di un numero sempre più grande di persone pronte a consumare sempre più cose risulta fondamentale come stimolo alla produzione e al lavoro, e quindi, teoricamente, al benessere individuale e collettivo.

Secondo l'economia diventa necessario sostenere il consumo e trovare modi sempre nuovi per farlo. Nella contemporanea società industriale avanzata, osserva l'economista Illich, "opera una tendenza a trasformare i bisogni (anche fondamentali) in una richiesta di beni di consumo, per i quali i bisogni di partenza si riducono quasi ad un pretesto in ordine alla soddisfazione reale della logica dominante dell'accumulazione economica"

L'idea che il consumo sia importante, in realtà, è molto antica e di una certa robustezza, visto che già lo studioso considerato il padre dell'economia, Adam Smith, gli assegnava un ruolo centrale. Scriveva, infatti, nel 1776: "Il consumo è il solo fine di ogni produzione, e non ci si dovrebbe mai prendere cura dell'interesse del produttore se non in quanto ciò possa tornare necessario per promuovere quello del consumatore". E anche Antonio Genovesi, economista dello stesso periodo, anche se di un'altra corrente di pensiero rispetto a Smith, pur riconoscendo che il lusso (quindi il consumo, anche oltre il soddisfacimento dei bisogni primari) può portare alla "rilassatezza" ed al vizio, riteneva che, citandolo testualmente, "vi sia un certo grado di lusso ... non che utile, ma necessario alla coltura, alla diligenza, alla politezza... donde ... stimo di poter conchiudere che vi possa essere un grado di lusso che non solo non sia da dirsi vizio, ma che sia virtù".

Il consumo, dunque, agli albori della scienza economica, era considerato un elemento di traino alla domanda e quindi di sviluppo economico, ma soprattutto un fattore di sviluppo più generale delle persone e delle società, tanto da poter dire che, al centro del meccanismo domanda/offerta economica, c'erano i bisogni reali delle persone, o almeno il tentativo di soddisfare quelli.

Essendo esseri umani, le persone, hanno bisogni che non si risolvono semplicemente con beni materiali.

I beni, infatti, per l'essere umano, animale simbolico e sociale, sono intrisi di elementi relazionali: costituiscono segnali per gli altri e sono utili alla definizione della propria identità. Già Genovesi nel ‘700 per es. coglieva nel lusso un elemento capace di generare distinzione sociale e, più tardi, il sociologo Veblen parlava di "consumo vistoso", uno spreco, addirittura, ispirato non dalla necessità di soddisfare bisogni biologici, ma di mostrare il proprio status sociale.

A due secoli dalla nascita dell'economia, però, qualcosa doveva essere cambiato, se l'economista Galbraith (1967) potè osservare che il flusso di istruzioni su cosa e quanto produrre non andava in genere dal consumatore al mercato al produttore, ma al contrario dal produttore al mercato al consumatore. C'era stata, cioè, un'inversione d'interesse e di prospettiva dai primi economisti in poi: il consumo, col "pretesto" di soddisfare i bisogni delle persone, diventava soprattutto un mezzo per accrescere e sviluppare il sistema economico, tanto che la "promessa suprema di una vita sempre più confortevole per un numero sempre più grande di persone" (Marcuse) nei fatti iniziò a generare risultati ambivalenti: "...il dilatarsi dei consumi, la fruizione dei beni, in quantità sempre crescenti può consentire all'individuo un affrancamento definitivo e senza precedenti da schiavitù secolari per ritrovare le sue vere dimensioni, per ricostruire uno sviluppo armonico di tutte le sue facoltà, per poter liberamente e compiutamente estrinsecare le sue possibilità creative; può anche risolversi, all'opposto, in una progressiva involuzione del processo di liberazione dell'uomo e già adesso va prendendo consistenza l'ombra minacciosa di nuove, e più inquietanti, alienazioni" (G.Fabris).

2. Consumismo. Definizione, limiti ed effetti sulle persone.

Nel ‘900 questa ambivalenza divenne evidente nella realtà: la grande espansione economica e dei consumi negli anni '50 e '60 ha portato notevoli risultati in termini di benessere, ma contemporaneamente alcuni aspetti negativi. Tanto che venne coniato il termine consumismo, appunto per indicare un consumo eccessivo e continuamente sollecitato, al fine di aiutare nel"la ricerca della felicità attraverso l'accumulazione dei beni di consumo", secondo le parole dell'economista Hirschman (1982), che rischia però molti fallimenti, come cercavano di avvertire le molte voci critiche che dicevano disatteso il suo obiettivo.

La prospettiva "economicistica", infatti, assolutizzando il reddito e i consumi come misure del benessere collettivo e individuale, trascura alcune dimensioni importanti, nascondendo problemi di equità, sostenibilità ambientale, rispetto e valorizzazione delle identità e delle libertà sostanziali delle persone e dei popoli.

Cosa che si acutizza ancora di più, oggi, nella realtà contemporanea sempre più globalizzata ed interdipendente.

1. Spesso, infatti, la crescita del reddito e dei consumi non coincide con migliori livelli di vita per tutti. Questo è chiaro anche solo, ad esempio, guardando le grandi megalopoli dei Paesi in Via di Sviluppo, dove, accanto a grattacieli lussuosi, sorgono favelas di lamiera e cartone, prive di condutture d'acqua, di reti elettriche, fognature... o in luoghi dove, per esempio, le discriminazioni sociali privano qualcuno di accedere a migliori chance di vita. Per dirvi un dato recente, su una popolazione di 6,5 miliardi oltre 900 milioni di persone vivono in slums, favelas, bidonvilles (State of the World 2007, Worldwatch Institute, Edizioni Ambiente). Ma non occorre andare così lontano: anche nelle nostre città esiste un gran numero di "esclusi" dal consumo, che Bauman per es. definisce "consumatori inadeguati e difettosi" e "del tutto inutili".

2. Se nel considerare il consumo, inoltre, si tiene conto solo dell'accrescimento quantitativo della produzione di beni, c'è il rischio, dati i limiti delle risorse naturali presenti sul nostro pianeta e i limiti di "assorbimento" dell'inquinamento prodotto, di perpetuare uno sviluppo destinato a non durare a lungo, a non essere sostenibile, ma anzi distruttivo.

3. Ritenere come unico modello di sviluppo economico valido quello della "società dei consumi" implica, per di più, un giudizio di valore, diciamo etnocentrico, che nega e mortifica le specificità e le potenzialità che ogni persona ed ogni popolo possiede, perché spinge verso un'omologazione culturale in un'unica via, implicitamente ritenuta la migliore.

Questo limita enormemente la libertà e la felicità delle persone.

Come scriveva Baudrillard già negli anni '70: "Il sistema industriale, avendo socializzato le masse come forza-lavoro, doveva andare più lontano per realizzarsi e socializzarle (cioè controllarle) come forza-consumo" che per sentirsi parte del sistema sociale deve sottostare ad imperativi, "bisogni indotti" li direbbe Bauman, sempre nuovi, crescenti, nella contraddizione per cui, però, sempre meno persone sanno e possono dare risposta a questi nuovi bisogni.

In questo, inoltre e quindi, c'è un rischio, ancora più profondo, di perdita di senso e identità individuale e collettiva e di "passivizzazione" culturale e politica delle persone. Scrive A. M. Baggio: "L'astuzia del consumismo consiste nel non cercare di sopprimere una domanda interiore e incolmabile di ciò che di buono, di bello, di vero s'incontra nella vita, ma nel dare le proprie risposte. Le immagini pubblicitarie del lusso risvegliano l'aspettativa assoluta che vive dentro di noi di raggiungere una condizione di pienezza. Il consumismo nell'impossibilità di raggiungere una felicità conseguente da una vita ricca di senso, la vita che si vorrebbe vivere, la vita ideale alla quale, da dentro, ci si sente chiamati, spinge a rinunciare alla ricerca, sostituendola col comportamento di consumo. Il consumismo, cioè, cancella l'idea stessa che ci sia una verità da trovare e consegna l'esistenza alla ripetizione, al meccanismo".

3. Paradosso della felicità e sue spiegazioni

Oggi, dunque, con forza, emerge un fatto nuovo: "Le società avanzate", si trova scritto in un manuale di Sociologia dei consumi (Codeluppi), "vivono uno strano paradosso: godono di livelli senza precedenti di benessere, di abbondanza di beni, di progressi medici, di speranza di vita, eppure si registrano segni mai visti di insoddisfazione e ansietà. Nella vita di tutti i giorni le persone si trovano spesso di fronte ad un vuoto esistenziale in cui nessun chiaro bisogno si presenta alla coscienza. In tale situazione, ci si sente meno attenti ed attivi, il senso di autostima declina ed a volte si cade anche in uno stato di depressione. Il consumo diventa dunque uno strumento per reagire a questo vuoto. E spesso funziona. Ma oltre un certo limite non porta necessariamente alla soddisfazione".

Questa "emergenza" pone domande serie alla teoria della scienza economica che invece, in genere, come dicevo prima, ha sintetizzato nel reddito e nel consumo dei beni la misura del benessere e della felicità ed si è tarata sull'equazione "più ricchezza = più benessere".

Il fatto nuovo che sta emergendo, anche a livello di teoria economica, da qualche anno, invece, è il rapporto perverso tra aumento di beni e crescita di felicità, conosciuto in economia come "paradosso della felicità" (Easterlin). Questo paradosso esprime il fatto che, all'aumentare del reddito, la felicità aumenta, ma solo fino ad un certo punto, oltre il quale inizia a diminuire. Sembrerebbe, cioè, che avere più ricchezza addirittura ci renda più infelici. Si è così avviato un dibattito, tra economisti e non solo, molto vivo, per capire le cause di questo fenomeno.reddito_felicita

4. Di quale felicità parliamo?

Prima di analizzare più in profondità questo dibattito, però, sarà importante dirci di quale felicità si parla.

Si tratta di una felicità, come la definisce la filosofa anglosassone Martha Nussbaum, che "è qualcosa simile alla fioritura della vita, una vita attiva, che include tutto ciò che ha un valore intrinseco, ed è completa, nel senso che non le manca nulla che la renda più ricca o migliore".

Una concezione di felicità, questa, che ha origine nella filosofia classica, quella di Aristotele, per il quale è sinonimo di "vita buona", equilibrata ed attiva, virtuosa, e quella dei latini dai quali deriva la parola italiana "felicità", da felix cioè "feconda", generatrice, creatrice, che per realizzarsi richiede lo sviluppo armonico delle molte dimensioni, individuali e collettive, della vita umana nel suo complesso (human fluorishing, fioritura umana, la chiamano alcuni filosofi contemporanei).

Se ciò che interessa è la felicità, il benessere umano, nelle analisi del consumo, dunque, diventano centrali gli elementi che possono dare ad ogni persona la possibilità di "fiorire", cioè di portare a compimento la natura umana in tutte le sue dimensioni, scegliendo il tipo di vita a cui -a ragion veduta- si dà valore, come direbbe l'economista A.Sen. I consumi restano, comunque, importanti, ma non tanto direttamente o per le sensazioni momentanee che procurano, quanto piuttosto per le cose che permettono di costruire, per la vita che aiutano a realizzare. Come mezzo, quindi, per una vita umana di alta qualità, felice: "le cose economiche interessano solo nella misura in cui rendono le persone più felici" perchè "il fine non è il consumo, quanto piuttosto l'arricchimento del senso di benessere dell'umanità" (A.J.Oswald). 

Interessante notare come una felicità così intesa ha una natura relazionale: per essa diventano necessari gli altri e la loro felicità. Non si può essere felici da soli.

E questo in due sensi: 1. la vita umana non fiorisce senza rapporti interpersonali genuini (improntati alla gratuità) con gli altri, e senza amici. Inoltre le relazioni con gli altri sono importanti non solo come fonte diretta di felicità, ma anche perchè creano il luogo dove si possono esercitare i diritti, lo sviluppo, la libertà, la vita civile (cfr. Bruni, Porta, 2006); 2. (ed è il secondo senso, come ampliamento del primo) non si può essere felici davvero, se lo siamo solo noi. "Si deve ritenere che prerogativa della vera felicità sia proprio questa: di crescere tanto più, quanto più individui ne sono partecipi" (Leibniz) e "se il proprio utile non tiene conto dell'utilità collettiva, diventa disutilità" (S.Natoli). E per di più, quindi, se c'è qualcuno che felice non è, noi non possiamo essere felici davvero senza vivere responsabilmente, impegnandoci affinché anche gli altri lo siano. "Sono felici credo solo quelli che hanno il loro pensiero fisso su oggetti diversi dalla propria felicità - sulla felicità degli altri, sul progresso dell'umanità, o anche su un'arte o una ricerca -, perseguendoli non come mezzo, ma come ideale fine a se stesso". (J.S.Mill)

Per la nostra felicità, dunque, lo ribadisco, è essenziale anche la felicità degli altri. E' questo che già intuivano alcuni economisti e filosofi del 1700. Per es. l'economista Mill diceva "...la felicità... non è la felicità personale di chi agisce, ma la felicità di tutti gli interessati" (J.S.Mill) E addirittura l'economista Genovesi scriveva: "E' legge dell'universo che non si può fare la nostra felicità senza fare quella degli altri" (A.Genovesi).

5. Beni in cui conta la socialità: posizionali, relazionali e pseudo

Dunque, tenendo conto di questa caratteristica sociale o relazionale della felicità, analizziamo le 2 soluzioni al paradosso della felicità che si ispirano proprio ad una visione rispetto a questo coerente.

In particolare: la "teoria posizionale" e teoria basata sui beni relazionali. 

La prima ipotizza che "il benessere che traiamo dal consumo dipende soprattutto dal valore relativo del consumo stesso, cioè da quanto differisce da quello degli altri con i quali ci confrontiamo". (L.Bruni)

BSa = f(Ca, Ca/Cb),

 cioè il benessere soggettivo di a dipende sia dal consumo di a che dal confronto sociale, così se il consumo di a aumenta, ma anche quello di b aumenta, posso essere relativamente meno felice. I beni cosiddetti "posizionali", come li chiamò per la prima volta negli anni ‘70 l'economista Hirch, sono domandati in modo crescente nelle società contemporanee a causa della spersonalizzazione dei rapporti. "I beni di consumo restano quasi gli unici mezzi per dire ciò che siamo e collocarci socialmente".

Il tipo di socialità qui implicata è competitiva, fa leva sull'invidia e sulla rivalità.

La teoria basata sui beni relazionali (Bruni, Gui) ipotizza che esistano particolari tipi di beni, molto importanti per la felicità, ma sempre più scarsi nella "folla solitaria", per dirla alla Riesman, della società contemporanea proprio perché "spiazzati" da altro (per esempio eccessivo tempo dedicato al lavoro) o sostituiti con altri beni, meno "feliciferi", ma più a buon mercato. E propone questa sostituzione come spiegazione del "paradosso della felicità".

Ma cosa sono i "beni relazionali"? Sono, secondo l'opinione della filosofa Martha Nussbaum, quelle esperienze umane dove è il rapporto in sé ad essere il bene. Sono "beni di relazione".

La relazione è il bene e non strumento per o funzionale allo scambio economico. Esempi ne sono: l'amicizia, l'amore reciproco, i rapporti familiari...

Un tentativo di sintesi delle caratteristiche di un bene relazionale sono abbozzate da L.Bruni. Sono le seguenti:

  1. Identità, perché come dice la Uhlaner, "i beni che si presentano negli scambi dove ognuno può offrire in maniera anonima non sono relazionali",
  2. Reciprocità, perché beni fatti di relazioni possono essere goduti solo nella reciprocità,
  3. Simultaneità, perché il bene e co-prodotto e co-consumato,
  4. Motivazioni, non possono essere mai strumentali. Se la relazione non è un fine, ma un mezzo non si tratta di un bene relazionale,
  5. "Fatto emergente", non è la somma dei contributi, ma qualcosa che li eccede, li supera,
  6. Gratuità, perché la relazione è cercata in quanto bene in sé. Non è un incontro di interessi, ma di gratuità,
  7. Bene, non merce, perché ha un valore, ma non può avere un prezzo.

Il tipo di socialità implicato qui è ricco e coinvolgente. Anche paradossale, però, se guardato nell'ottica di una "società dei consumi" individualistica e massimizzante. Perché la socialità racchiusa nei "beni relazionali" risponde, al contrario, ad una logica in cui l'uomo per realizzarsi può trascendere la propria individualità, una logica in cui: "Più tu dai, più ti realizzi, più tu sei, perché si ha ciò che si dà, ciò che si dà ci fa essere" (Chiara Lubich).

M. Nussbaum ci tiene anche ad evidenziare che questi beni sono particolarmente "fragili": "... queste componenti della vita buona sono destinate a non essere per nulla autosufficienti. Esse saranno invece vulnerabili in maniera particolarmente profonda e pericolosa".

Forse è per questo, per non rischiare di essere in balia delle scelte degli altri e perché i beni relazionali autentici sono sempre più rari e meno accessibili, che si tende con facilità a sostituirli con "beni pseudo-relazionali", con minori "costi di attivazione" e facilmente reperibili, in forme meno costose e meno pericolose. Purtroppo, però, anche di più scarsa qualità e quindi meno capaci di soddisfare il bisogno di relazioni umane autentiche, capaci di felicità. Esempi di "beni pseudo-relazionali" sono i reality show e i talk show, prodotti televisivi che somigliano a rapporti umani veri e propri. Ma non hanno quasi nulla a che fare con essi.

Questa prospettiva che nasce dal porsi come obiettivo la felicità umana, quella felicità che dicevamo prima, quindi, non individualistica, ma piuttosto solidale e di comunione, propone l'idea di un consumo che può essere davvero positivo se è contemporaneamente di tutti gli uomini e di ogni uomo. Come dice il filosofo Salvatore Natoli, "... gli esseri umani sono profondamente connessi gli uni con gli altri. C'è una catena, c'è un legame tra noi: per questo quando un individuo pensa in termini egoistici pensa contro la sua stessa natura, si autodistrugge perché è come se si separasse da se stesso". Prospettiva assai adatta, dunque, per il periodo storico in cui viviamo, caratterizzato da stridenti disuguaglianze, perché suggerisce un senso per il consumo, che sia sempre più "inclusivo", cioè di tutti gli uomini, ma anche più "personalistico" per cui ogni uomo ed ogni popolo, possa realizzare pienamente la propria identità, possa "fiorire". Quindi una prospettiva che si potrebbe dire anche "non passivizzante", ma "partecipativa" perché chiarisce che un consumo "felice", fecondo, riguarda tutti e dipende dalla partecipazione e dalla responsabilità di tutti.

Allora verrebbe voglia di fare un invito, a chi nel campo dei beni e dei consumi può fare qualcosa, di cambiare semplicemente un accento.

Consumàti per la felicità, possono essere i beni che contribuiscono davvero alla felicità.

Consùmati per la felicità, può essere un impegno nuovo, se quello che, da dentro, ci si sente chiamati a realizzare è vivere per una felicità più grande!

(Licia Paglione, laureata in Sociologia,  attualmente frequenta un corso di Dottorarto in "Scienze Sociali: teorie applicazioni ed interventi") 

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