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di Gianni Bianco

L’intervista. Ovvero l’incontro con l’altro

(Testo preparato per la lezione del 10 settembre 2008 ore 11:30)

giannibianco.jpgE’ la nostra condanna. O la nostra fortuna.
Per alcuni è solo uno strumento del mestiere, uno dei tanti. Per altri è diventata una specie di scuola di vita.
Ebbene sì. Può essere banalmente il modo per raccogliere notizie, per farsi raccontare come si sono svolti i fatti. O piuttosto può rivelarsi un modo imprevisto e imprevedibile, per entrare in contatto con l’altro, con la parte più intima di chi ci sta davanti.

Se volete, nel nostro piccolo, un modo per rendere il mondo un po’ migliore rispetto a quello che è, mostrando magari così a chi ci attacca, che i media possono essere al servizio dell’umanità.

Forse non ci abbiamo mai riflettuto abbastanza. Ma la semplice, elementare intervista, l’abc del giornalismo, la prima lezione di ogni corso per diventare buoni cronisti, può essere tutto questo: un ripetitivo intrecciarsi di domande e risposte, oppure l’incontro fra due anime.
L’alternarsi di due voci che si parlano ma non si ascoltano o piuttosto l’intrecciarsi profondo di due destini. Voliamo troppo alto, si potrà pensare. Ma forse è giusto, nel contesto di un seminario come questo, tentare di andare al di là dei manuali di giornalismo.

Sfruttando l’esperienza di alcuni grandi maestri del mestiere, proveremo allora a riflettere a voce alta, su cosa realmente accade, o può accadere, quando porgiamo un microfono ad un altra persona, quando la chiamiamo al telefono, quando spingiamo il tasto rec del nostro registratore, quando cominciamo a prendere appunti sul taccuino.
Chi ha anche solo un po’ di dimestichezza con questa professione sa che questi gesti, soprattutto nelle occasioni meno importanti, si finisce per compierli in maniera quasi istintiva.
E’ un rischio che corriamo tutti, nessuno escluso. Quando ci capita, finiamo per assomigliare a chi guidando da anni l’auto, non fa più caso al piede che pigia l’acceleratore e a quello che accarezza la frizione, alla mano destra che impugna la leva del cambio e all’altra che manovra il volante. Tutto si svolge senza pensare fino in fondo al miracolo della tecnologia che si sta compiendo sotto i nostri occhi: ai pistoni che scalpitano, alla benzina che brucia nel serbatoio, ai pneumatici che girano vorticosamente sull’asfalto, magari al rischio che stiamo correndo andando ad una certa velocità. Così è per l’intervista.
Quando siamo presi dalla stanchezza o dalla noia, quando in un servizio in non crediamo troppo o siamo costretti a farlo controvoglia, anche noi inseriamo il pilota automatico. Fatta la domanda, attendiamo passivamente la risposta. Non una qualsiasi, ma proprio quella che ci aspettiamo. Non siamo aperti a sorprese.
Non solo. Spesso pretendiamo che sia della durata necessaria, che contenga lo spunto per farci magari un titolo, che risulti semplice e comunicativa. Se è la telecamera il nostro strumento di lavoro, speriamo che buchi il video, che il nostro interlocutore sia telegenico. L’intervista è questo, ma può essere anche molto di più...

Testo completo della lezione

(Gianni Bianco, giornalista, lavora al Tg3, al programma quotidiano d'approfondimento "Primo Piano" per il quale segue i principali fatti d'attualità con servizi e dirette)