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di Mario Dal Bello

Come si valuta un film: un punto di vista, una visione sintetica.

(Testo preparato per la lezione del 13 settembre 2008 ore 18:30)mariodalbello.jpg

Introduzione

Una premessa, quando si parla di film, sembra sempre valida, secondo l’indicazione opportuna suggerita, fra gli altri, da Francesco Casetti (Teorie del cinema dal dopoguerra ad oggi, 1978) ancora di attualità. Ossia, la differenza fra scrivere – o parlare – di cinema e scrivere - o parlare – di film.

Il motivo è chiaro e facilmente comprensibile: il cinema è fenomeno complesso e polivalente, il film è uno dei risultati del “fattore cinema”. Il cinema infatti può essere valutato e studiato sotto diversi aspetti: ne tracciamo alcuni fondamentali.

Esso è un fenomeno mediatico,economico, culturale e artistico.

Esso è un “fenomeno”, ossia un evento fattuale che si presenta nella storia, a partire da una determinata epoca (nel caso, la fine del secolo XIX). E’ un elemento mediatico, ovvero comunicativo di massa: nei decenni scorsi appariva forse “lo” strumento comunicatore a livello popolare, almeno in certe regioni del pianeta. Oggi, grazie ad internet e alla televisione, resta “uno” degli strumenti di comunicazione.

Nel cinema l’elemento economico-commerciale conserva una importanza se non fondamentale, certo quasi primaria: esso infatti è in grado di condizionare l’intera “industria cinematografica” con il corpo di addetti ai lavori, la produzione di opere, e la loro diffusione.

Il cinema è fenomeno culturale. Crea infatti un modo di pensare e di vivere capace di influenzare, forse oggi meno di ieri, ma comunque sempre validamente, lo stile di vita dello spettatore, creando dei miti: le star, i registi o alcune opere, assunti a”modelli” comportamentali, nei casi più diffusivi; o, comunque, nei momenti migliori, diffondendo una scala di valori a cui ispirarsi.

Infine, il cinema produce arte, la”settima arte”. Di qui la nascita del cosiddetto cinema d’essai o autoriale, non raramente in difficoltà distributiva, ma comunque attento ad esprimere una visione della vita attraverso racconti di elevata fattura formale e contenutistica.

In conclusione: una cosa è scrivere di cinema come fenomeno ed industria e un’altra esercitare la professione di critico dei film, impropriamente detto critico cinematografico.

Cinema e televisione

Oggi si parla, molto, di “concorrenza sleale” fra cinema e televisione, dove la seconda supera per quantità e popolarità il primo. Gli studiosi e i critici di professione lamentano lo svantaggio del cinema – in ultima analisi del film girato “per il cinema”– rispetto alla televisione, la quale spesso fagocita autori e registi di levatura in prodotti paracinematografici, come le cosiddette “fiction” (termine latino, passato all’inglese, che designa una rappresentazione con contenuti in genere spettacolari o seriali o pararomantici).

In realtà, fra cinema e televisione esiste una differenza fondamentale di valore e di fine: la televisione “descrive” la realtà, il cinema la “interpreta”. La televisione perciò punta naturalmente al fenomeno del “reality show” o all’inchiesta documentaristica o all’intrattenimento pseudopopolare.

Il cinema invece racconta la realtà “rappresentandola”, ovvero: essa, la realtà, viene presentata come un “simbolo”, una metafora. Un esempio. I cosiddetti film del Neorealismo non intendevano dire iper-realisticamente com’era la vita del dopoguerra italiano, ma si “servivano” di fatti, suggestioni, emozioni per darne una determinata visione: il film dunque risultava una interpretazione della realtà da parte del regista, tale da suscitare sentimenti universali in cui ognuno si ritrovasse.

Del resto, il lavoro in un film è operazione talmente frammentaria e al contempo complessa da riportare poi all’unità, che di fatto esclude il “reality”. Senza contare quel plus di valore tipico del cinema, ossia la sua aspirazione ad essere una forma d’arte.

Il film. Alcuni elementi per una valutazione

Il film è un’arte, il cinema è industria”. L’affermazione così netta di Luigi Chiarini, nel lontano 1941, può lasciare sconcertati, soprattutto perchè, a ben vedere, questa separazione resiste nei meandri psicologici di chi “vive” di cinema “puro”, in particolare di chi è per professione portato a”valutare” il prodotto finale, cioè il film.

a) In realtà la separazione non è così drastica, se non altro perché chi vuole fare un film deve assolutamente tener conto degli aspetti industriali del cinema, ovvero del lato economico-commerciale-distributivo che può condizionare il livello qualitativo di un’opera.
Un aspetto questo di cui tener conto nella valutazione di un film. Certe presenze attoriali o certe sceneggiature non sono scelte”libere” del regista, ma condizionate dal produttore e dal distributore, per cui può succedere che un film venga costruito per un determinato pubblico a scapito dell’intenzione “artistica” del regista oppure che un film “artistico” non venga sufficientemente compreso e distribuito, o che un film su cui non si puntava si riveli, per quel quid di inaspettato che è tipico del fenomeno cinema, un successo, anche in termini economici.
Pensiamo agli ultimi film di Fellini, di scarso impatto commerciale o invece al Titanic, all’inizio poco valutato, e diventato invece cult mondiale.

b) Il film contiene naturalmente un “suo” linguaggio, dei propri moduli espressivi. Parla per immagini, suoni, movimenti, e, ovviamente, parole. Racconta, “narra storie”. Quest’ultima affermazione, costantemente sulla bocca di registi e anche di attori, che può apparire ripetitiva, dice la verità: far cinema è narrare una storia.
Servendosi degli strumenti che la”settima arte” conosce nelle loro diverse fasi: un’idea, una sceneggiatura, la recitazione, la ripresa, il montaggio, luce e musica. Questo perché – ed è la ragione ultima del suo fascino - , secondo chi scrive, il film è “una pluralità ricondotta all’unità”.
Si potrebbe dire che si tratta di diverse espressioni umane - di lavoro, di pensiero e di sensibilità - che si concentrano in una unità che è poi il risultato finale, il film vero e proprio.
E’ nell’armonia fra queste parti e questi “linguaggi” (la colonna sonora, la fotografia, la recitazione…), talora opposti, la qualità più o meno riuscita di un lavoro. Ma anche il fascino per questa attività o meglio “vocazione”, come la sentono diversi addetti ai lavori negli ambiti differenti. Di ciò occorre tener conto nella valutazione di un film. Sapendo tuttavia che, come affermano spesso degli autori, il film è anche il risultato di un imprevisto- durante le riprese o in fase di montaggio – che può elevare o diminuire la resa dell’opera.

c) Il film, ogni film, reca un “messaggio”, non è mai fatto solo per il delirio narcisistico di un piccolo gruppo o di una persona, anche se l’intenzione fosse proprio quest’ultima.
Ogni autore vuole comunicare qualcosa, almeno di sé, della propria convinzione di vita o della propria interpretazione della storia, piccola o grande che sia.
Occorre perciò nutrire un senso di rispetto profondo verso ogni autore, anche il più commercializzato, per poter cogliere fra le righe il messaggio, qualunque sia - anche un “non-messaggio” voluto (ma esiste?) – che l’opera comunque riesce a trasmettere, influenzando sicuramente lo spettatore, se non altro provocando la sua ripulsa.
L’atteggiamento valutativo è anche in questo caso un autentico “lavoro di spogliazione interna”, perché esige dal critico il togliere l’abitudinarietà alla visione, che può inficiare l’oggettività del suo giudizio.

d) Non esiste un solo tipo di film, come non esiste un solo genere narrativo. Lo si constata in arte o in letteratura, così succede anche nella produzione filmica. Ogni genere ha il suo linguaggio, le sue “forme” particolari ( il fantastico richiederà riprese spettacolari come l’epico, il poliziesco un uso violento delle luci, il sentimentale una colonna sonora languida, eccetera), ha bisogno quindi di un determinato approccio che può aiutare nella valutazione.

e) Ogni film rappresenta, a suo modo, un’epoca. Nel dopoguerra gli Usa producevano film “patriottici” interpretati da grandi attori (La grande fuga, ad esempio) con un fine dichiaratamente trionfalistico, negli anni sessanta la Nouvelle Vague anticipava tematiche libertarie che sarebbero poi esplose, in Italia era la volta dei film- fenomeno di Antonioni-Germi-Fellini di carattere metafilosofico o sociale o onirico, oggi è il cinema asiatico o medio-orientale a tentare di monopolizzare se non il mercato almeno i festival…
Della storicizzazione di un’opera è opportuno tener conto per rischiare di non giudicarla con i parametri intellettuali dei nostri giorni. In questo modo, l’”incontro” con l’autore – che dovrebbe essere il centro della valutazione critica – diventa più opportuno e liberante, sia per l’autore (quanti registi scontenti della critica) e sia per il critico, che può aprirsi a nuove scoperte di carattere sia tecnico sia emotivo o spirituale.

f) Il film è un prodotto di una determinata cultura. E’ necessario tenerlo presente perché il modulo espressivo ne risulta ovviamente influenzato. Si pensi al cinema giapponese o africano –anche se talora puntato ad uniformarsi ai modelli occidentali – o anche allo stessa corrente americana, in cui però è già evidente la differenza fra le due parti dell’America stessa.
Questo adattarsi ad una cultura differente rappresenta un esercizio notevole per un critico, specie occidentale, ma indispensabile.

Il mestiere del critico

Con le precedenti premesse, risulta chiaro che il mestiere del critico filmico è lavoro faticoso, anche se appagante.

Se è vero che esso necessita di una accurata preparazione culturale, in particolare filosofico-storico-estetica – indispensabile per non cadere nell’improvvisazione o nel fare una critica soggettiva” e quindi poco rispettosa dell’autore -, è anche vero che la formazione di una sensibilità, di un”gusto” personale è l’impegno più faticoso, ma anche più consolante e utile.

Non si tratta di vivere in un soggettivismo estremo, come tanta critica attuale, per cui, in base a categorie predeterminate- esperienza, studi, stato psicofisico – sbrigativamente si classifica un film come buono o cattivo, riuscito o non (quando le recensioni non si umilino a pubblicizzare persone e case di produzioni: l’onestà intellettuale è sempre ottima base di partenza e di libertà…). Ma di partire da una base culturale appropriata per poi presentarsi davanti al film ricchi di essa e nello stesso tempo aperti a cogliere il valore più o meno grande di un’opera. (Si parla di base culturale perché l’interdipendenza tra cinema, arte figurativa, letteratura musica e filosofia è molto forte.

Si potrebbe parlare, a ragione, di cinema a carattere sociale, filosofico, religioso artistico non come genere, ma come impegno espressivo). Si valuterà nel “racconto per immagini e movimenti” quale è il film l’equilibrio fra il contenuto e la forma, cioè il modo stilistico con cui il racconto viene realizzato e nello stesso tempo la sua recettività o meno da parte dello spettatore.

Un esempio. I film di Bergman certamente contengono un messaggio alto realizzato in forme di bellezza estrema, ma non sempre sono comunicabili direttamente ad un vasto pubblico, soprattutto attuale, a meno che non si tratti di cinefili.

Da qui discende la funzione primaria del critico di cinema. Essere un mediatore, ossia porsi fra il creatore con la sua creatura e il ricettore - nel caso, tra il film e il pubblico- come un trasmettitore, uno che facilita la comprensione o l’interpretazione di un’opera. Questo presuppone studi solidi, esperienza, ma in particolare l’onestà intellettuale per cui il critico in un certo senso”scompare” ponendosi fra il regista e lo spettatore per rendere il messaggio fruibile.
E questo anche quando il film risulti apparentemente di immediata comprensione, come in parecchie”commedie”, evitando allo spettatore di fermarsi alla epidermide dell’opera.

In pratica, la domanda che ci si pone di fronte ad un film è se e quanto esso risponda, unendo le sue diverse e molteplici forme espressive, all’idea che ha voluto raccontare, se esso si riveli opera unitaria tra forma e contenuto, tra genere e messaggio, tra autore e spettatore. Se esso giunga cioè- e questo è il nostro punto di vista – alla unità nella molteplicità.

Appendice

Ho evitato di illustrare le diverse teorie estetiche del novecento e del primo decennio del nostro secolo, che corrispondono, in una certa parte, a quelle categorie usate anche per le arti figurative o musicali (surrealismo, decadentismo, realismo, new age ecc). Il motivo è semplice: si trattava di delineare dei criteri di valutazione il più possibile oggettivi, basati sull’esperienza e sulla riflessione puntando alla nostra particolare prospettiva, quella appunto dell’unità degli opposti o dell’unità nella pluralità, piuttosto che fare una storia della critica, certo utile, ma in una diversa sede.

Come bibliografia, per gli italiani consiglierei gli studi di Sadoul, Bazin, Brunetta, Rondi, Casetti, Viganò, Jannotta, Chatrian.

 

(Mario Dal Bello è responsabile della sezione Arte e Spettacolo di Città Nuova, collabora con diverse riviste come giornalista e saggista. Ha pubblicato: Cristo in Zeffirelli, Pasolini, Gibson in “Gesù nel cinema” di D. Viganò, 2005.; Primissimo piano, interviste ad attori attrici registi, 2006; Caravaggio, percorsi di arte e cinema, 2007; La prova, cinema italiano duemila, 2008)