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di Vera Araujo

La sfida della multicultura

(trascrizione della lezione tenuta il 20 settembre 2008, il video è su google)

Vera AraujoVorrei lanciarvi delle provocazioni che ci aiutino a pensare alle cose che facciamo, non a quelle estranee alla nostra vita, al nostro lavoro, alla nostra operosità ma pensare alle cose che stanno nel fondo di tutto questo.
Vorrei iniziare con un pensiero di Levinas, un grande filosofo francese, che - secondo me - è provocatorio, ma che ci fa subito pensare.


Lui dice “la nostra epoca non è definita dal trionfo della tecnica per la tecnica, né dall’arte per l’arte; così come non è definita dal nichilismo; essa è, (la nostra epoca), azione per un mondo che viene, superamento di questa epoca stessa, vale a dire superamento di sé che esige l’epifania dell’altro”.
Secondo me in questo pensiero di Levinas sta tutta la sfida della multiculturalità.
Superamento di sé che esige l’epifania dell’altro e che vuol dire: vita dell’uno e dell’altro .del sé e dell’altro.
Ma una domanda: perché questa diventa una sfida? In fondo in questo sta tutta la storia dell’umanità, da sempre gli uomini sono diversi, da sempre c’è stata la diversità, la multiculturalità, la multidimensionalità, come mai è diventata una sfida?
Semplicemente perché è diventata più complessa. L’evoluzione, le scoperte, la penetrazione della realtà ha reso questa nostra realtà, questo nostro profondo modo di essere complesso.
Noi pensavamo forse che il nostro camminare in conoscenze avrebbe reso tutto più semplice: inganno! Ha reso tutto più complesso. Attenzione: non complicato, complesso. Complesso che vuol dire capacità - che fa parte di questa crescita - di una crescita in umanità per poter gestire la conoscenza, poter gestire quello che la conoscenza poi crea la tecnica, la tecnologia, i media e tutto in ogni senso, dunque.

L’uomo di migliaia di secoli fa non doveva gestire delle cose così complesse, doveva gestire delle cose più semplici, cose profonde, cose serie, ma non così complesse e le ha gestite ed è andato avanti ecco perché è una sfida.
La sfida è sempre quella: coniugare la nostra universalità, quello che in ognuno di noi c’è di universale e quello che in ognuno di noi c’è di particolare, nella complessità del mondo che abbiamo creato.

Che cos’è questa universalità che dobbiamo riscoprire? È la nostra comune umanità, cioè tutte queste difficoltà che troviamo oggi di comprenderci fra le diversità multiculturali, multireligiose, multi etniche e così via dipendono da una sottovalutazione della nostra comune umanità e da una super valutazione delle nostre particolarità. Invece bisogna scoprire prima di tutto la nostra comune umanità, che la cosa più profonda che abbiamo è che siamo umani.
Alle volte invece ci comportiamo o guardiamo gli altri non come altri umani, ma come qualcosa di diverso, diverso dall’umanità; mentre invece una bellissima esperienza che ognuno di noi può fare è proprio scoprire, nella diversità degli altri - e per far questo oggi non c’è neanche bisogno di viaggiare per il mondo, sotto le diverse espressioni, la comune umanità e come questa comune umanità si esprima, si manifesti, sia creativa in modi così diversi.

Proprio questa scoperta profonda della comune umanità è una grande esperienza di crescita in umanità.
Poi però in questa comune umanità si collocano le nostre comuni o diverse particolarità, non solo di ognuno di noi, ma di ognuno nel suo contesto sociale e culturale. E dunque qui nella particolarità - è una particolarità molteplice - che parte da quell’essere unico che sono io, che siamo ciascuno con le proprie doti, con la propria personalità, con il proprio essere, la sua crescita, la sua maturità - che lo cambia continuamente - e la sua relazionalità.
Ognuno di noi è tutto questo e deve trovare l’equilibrio, l’armonia di tutte queste realtà per poter essere sé, per potere essere se stesso.
E qui mi sembra che il pensiero di Levinas ci dica qualche cosa. In tutta questa complessità, il superamento del sé per scoprire l’epifania dell’altro, altro che non è altro da me, ma è che non sono me senza l’altro.
Questo è il punto ed è questa è la grande scoperta diciamo scientifica, concettuale, della modernità: sapere che senza l’altro io non ci sono o sono imperfetto o sono in cammino.

Il grande letterato russo Bachtin diceva: “L’essere dell’uomo è una comunicazione profonda, essere significa comunicare, essere significa essere per l’altro e attraverso l’altro per sé. L’uomo non possiede un territorio interno sovrano, egli è integralmente e sempre su una frontiera, guardando dentro di sé guarda negli occhi altrui e attraverso gli occhi altrui, non posso fare a meno dell’altro non posso divenire me stesso senza l’altro.“ Come vedete la modernità queste cose le ha già capite, le sa, ma una cosa è saperle, un’altra cosa è realizzarle. Ed è qui che la situazione diventa complessa.
Diventa complessa perché dobbiamo trovare, nella complessità della società, della vita sociale, della multiculturalità, della globalizzazione, gli strumenti cioè i mezzi, le strade, per realizzare questo che non è affatto semplice, per cui i cosidetti ‘scienziati del sociale’, guardando questa complessità hanno cercato in tutti questi decenni di trovare dei paradigmi, dei concetti fondamentali, delle realtà sorgive dove l’uno e l’altro nella diversità trovano la comune umanità e dunque l’unità.

Le nostre città, le nostre nazioni, sono diventate appunto questo laboratorio multiculturale in cui persone diverse con culture diverse, modi di vedere diversi, approcci diversi alla realtà, si sfiorano, difficilmente riescono a fare comunità, corpo sociale. Eppure sappiamo benissimo che se non c’è comunità, non c’è corpo sociale, la vita diventa di una solitudine impensabile, quanto più siamo come numero più soli siamo. Bello il libro di Bauman su “La solitudine del cittadino globale”.

Allora quali sono stati finora, più o meno, questi paradigmi che dovrebbero aiutarci a far corpo? Uno che ancora va molto di moda e di cui le politiche sociali diciamo vanno fiere è l’introduzione nel campo dei valori della vita sociale, della tolleranza. Si insegna nelle scuole la tolleranza, bisogna essere tolleranti.
Che vuol dire? Vuol dire in qualche modo che l’altro sia se stesso, che manifesti se stesso mentre io posso mantenere un atteggiamento di quasi indifferenza…devo lasciare… e già è positivo questo perché evita diciamo gli scontri, i conflitti latenti, che possono sorgere dalla diversità, ma non è sufficiente… non crea corpo sociale, non crea una comunità.
La tolleranza può impedire il contrasto, il conflitto, ma non è in grado di realizzare delle relazioni costruttive che sono creative.

Un altro paradigma di coesione sociale molto di moda negli Stati Uniti per esempio è quello che Sennet proclama: è il rispetto, che è più della tolleranza, il rispetto dell’altro. In un libro autobiografico, lui commentando proprio il sistema di welfare del suo paese, diceva che non funziona perché la tutela della persona, cioè l’offrire i servizi sociali alla persona, non lo si fa col debito rispetto. Il rispetto della dignità di ogni persona è assolutamente indispensabile per creare una realtà comunitaria, una solidarietà…
Mi ricordo un fatto degli anni ’60 quando ero in Brasile, ero studente all’università e c’è stata una grande siccità nel Nord-est e c’erano folle di migliaia di persone che avevano lasciato l’interno del nord-est dove da tre anni non pioveva … c’erano migliaia di persone che invadevano le città costiere.
Erano arrivati degli aiuti internazionali, delle navi con del cibo, ecc. e mi ricordo che noi studenti eravamo andati al porto per aiutare nella distribuzione di questi aiuti cosiddetti umanitari. Per me è stata una lezione perché ho visto questi contadini affamati che quando uno di loro ha letto la scritta che c’era su queste balle: “il popolo di tale stato per sollevare. per aiutare - qualcosa così - la fame del popolo brasiliano” … questi contadini hanno cominciato a prendere questi sacchi e a buttarli nell’acqua, non lo volevano, l’hanno rifiutato, ed erano tutti affamati.
Era pazzesco ma allo stesso tempo bellissimo: la dignità era più importante della fame, che è un bisogno fondamentale dell’uomo. Il rispetto. Il rispetto è importante, fondamentale nella coesione sociale.

Un altro paradigma che ha cominciato a sentirsi oggi, un atteggiamento necessario per la coesione sociale è il dono, la cultura del dono per la comprensione, per l’interpretazione per la costruzione della dinamica delle relazioni sociali; perché il dono crea interazione fra gli uni e gli altri, ma un dono che abbia le caratteristiche della gratuità, della solidarietà è una scoperta. In una società come la nostra in cui tutto ha un prezzo, tutto viene quantificato, la gratuità del dono, sincera, totale, è qualcosa di straordinario.

L’anno scorso sono stata a Milano. Dei giovani mi hanno raccontato questa loro esperienza bellissima: al centro di Milano c’è una piazza dove tutta la gente che lavora nelle banche, nel cuore commerciale, finanziario di Milano va nella mezz’ora che ha per mangiare qualcosa, per poi tornare in ufficio. Lì c’è un bar che fa dei dolci particolarissimi , di cui vanno tutti matti, e c’è una fila tutti i giorni sotto il sole o sotto la pioggia, per comprare questi dolci… e i giovani cosa hanno pensato di fare? Hanno pensato di andare lì (nessuno si parla…) e portare delle sedie, i seggiolini che avevano utilizzati quando erano andati ad una conferenza con il Papa, quei seggiolini che si piegano. Sono andati lì in piazza a offrire alla gente questi seggiolini per sedersi, mentre erano in fila. E questi li guardavano e dicevano: “cosa vi dobbiamo dare? Quanto…?” . “Niente” dicevano.
“Ma possiamo dare qualcosa per aiutare un opera, qualcosa che voi fate…?”. “No, no niente. L’unica cosa che dovete fare, quando voi arrivate al punto in cui non avete più bisogno della sedia datela a quello che sta dietro”. Questo piccolo fatto è uscito sul giornale…

La solidarietà è un altro paradigma importante perché la solidarietà coinvolge le persone. Coinvolge le persone nella vita dell’altro, nella realtà dell’altro e diventa così un collante nella vita della società, vuol dire allora di più, vuol dire attenzione all’altro, all’altro che è nel bisogno, in qualsiasi tipo di bisogno e con cui io mi identifico condividendo con lui preoccupazioni, pene, sofferenze angosce... La solidarietà coinvolge le forze vive delle persone; la solidarietà si organizza, diventa attiva per andare incontro alle svariate necessità in cui ogni altro può venire a trovarsi. Cioè non è solo una questione di impegnarsi nel fare, è virtù, è realtà che cresce dentro, che convince e mi fa capire che l’altro non deve essere solo aiutato, ma entra nell’ambito della mia operosità, nella mia manifestazione di umanità, è qualcosa che nasce da dentro dal cuore, è capace di sentire, di commuoversi nel confronto, nell’incontro col dolore altrui, ma che poi diventa determinazione nell’operare perché queste realtà siano superate.

Eppure si sente sempre di più quanto tutti questi paradigmi di tolleranza, rispetto, dono, solidarietà, abbiano bisogno di un punto di unità, cioè che si raccolgano tutti come dimensioni varie di un unico paradigma, diciamo, di un’unica realtà che si apre in tutte queste dimensioni: questa è l’amore, quell’amore che sempre è stato nelle società umane una realtà, che è sempre vera anche nella nostra società moderna o postmoderna, come volete, in cui abbiamo distinto: l’amore nella vita personale, la razionalità nella vita pubblica, come se fossero due cose diverse.
Invece oggi tanti scienziati del sociale stanno riscoprendo che quello che manca nella società, nella vita pubblica è proprio l’amore. C’è una riscoperta dell’amore.

L’amore.. Quale amore? Non l’eros soltanto, non solo l’eros, non solo la filìa, l’amicizia, ma proprio l’agape cioè l’amore cristiano, quell’amore universale che realizza l’unità, il disegno di Dio sull’umanità.
Questa idea, questa realtà che è stata già espressa, manifestata da un’epifania duemila anni fa, oggi diventa e acquisisce piano, piano, dignità scientifica nella vita sociale. Senza l’amore tutti questi paradigmi non riescono a far da collante alla diversità delle culture, delle religioni, delle etnie.

Anche qui avrei una piccola esperienza. Qualche anno fa sono stata in Brasile alla conferenza mondiale delle Chiese, a Porto Alegre: tremila persone di tutte le espressioni cristiane. Un’esperienza forte: perché? Ero lì per la durata di dieci giorni, tutte le mattine c’erano preghiere diverse, tutte le diversità di cristianesimo, sia di culto, sia di dottrina, sia di costumi, sia di vita, insomma di tutto.
Andando lì tutte le mattine, dalla mattina alla sera, sentivo dentro due impressioni che sembravano contrastanti e che piano, piano si sono incontrate. Da una parte dicevo: “ma siamo tutti matti qua!” Cioè c’era una diversità così grande.. non ci capivamo, se ci si parlava anche dottrinalmente. Si dicevano cose completamente diverse le une dalle altre, contrastanti…. Io ho visto persone che piangevano in sala mentre l’altro parlava, ma perché, anche se non lo voleva offendere, le idee che esprimeva offendevano le idee dell’altro, senza volere. Una cosa così.
Allo stesso tempo, piano piano che i giorni passavano, per l’amore che c’era fra tutti, la ricerca di trovarsi fratelli fra tutti, queste diversità si smorzavano, senza che nessuno facesse niente di straordinario. Anzi, i dibattiti erano sempre più intrepidi, eppure si andava creando attraverso le relazioni fraterne, attraverso proprio l’amore, una unità che non saprei descrivere, ma che cominciava a fare in modo che ognuno si esprimesse, si manifestasse in modo diverso ma non conflittuale.
Era un vero miracolo, era qualcosa di veramente straordinario. Proprio in quei giorni c’era Desmond Tutu, premio Nobel, vescovo anglicano del Sud Africa, che, venuto, ha voluto fare un discorso e ha detto due parole che veramente hanno preso, hanno unificato l’assemblea. Ha detto che uno dei brani più belli del Vangelo è quello dove Gesù Risorto appare nel giardino alla Maddalena e le dice “va’ dai miei fratelli e di’ loro che ascendo al Padre mio e al Padre vostro, al Dio mio e al Dio vostro”. E Desmond Tutu ha continuato: con queste parole Gesù inaugurava la fraternità universale e affermava che Dio era padre di tutti gli uomini, padre di tutti - continuava a gridarlo (ha un vocione forte) - padre di tutti, di tutti, di tutti, dei bianchi, dei neri, dei gialli e dei rossi, di tutti, appartenenti ad ogni chiesa e ad ogni religione; di tutti, dei buoni e dei cattivi.
Dobbiamo trattarci tutti come fratelli nell’unica famiglia di Dio.
Questa è la nuova impronta umanistica che può dare un senso, una realtà, a questa nostra società cosiddetta complessa.