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di Nedo Pozzi

Media: dalla crisi una rinascita

alt(Intervento tenuto il 17 aprile 2009 nel corso del convegno di NetOne Italia )

Sono decenni che si parla di globalizzazione nel mondo occidentale, un fenomeno che, acceso e favorito in maniera crescente dai media, si diceva che stesse legandoci in un sistema socio-economico interdipendente.

Qualcuno pensava che fosse una favola, uno di quei suggestivi concetti di moda, lontani dalla concretezza del reale.

Invece è bastato un accenno di crisi finanziaria ed economica negli Stati Uniti per arrestare ed invertire un diagramma sempre più o meno in ascesa, per innestare una congiuntura che si va diffondendo in tutto il pianeta come una crepa in un terreno riarso.

Dunque abbiamo iniziato a vivere una “crisi globale”, seppur in modo differenziato da paese a paese; un evento nuovo, in certo modo, che anche per colpa o per merito dei media, diviene immediatamente fenomeno planetario, esperienza innovativa e incontrollabile. Oltre un miliardo di persone sono utenti di Internet, oltre due miliardi sono abbonati al cellulare, due terzi degli abitanti del pianeta comunicano attraverso un portatile anche dove non arriva l’elettricità… Noi comunicatori, e intendo proprio tutti gli operatori dei media (giornalisti, televisivi, film-makers, pubblicitari, informatici, scrittori e via dicendo), siamo coinvolti da protagonisti nella vicenda.

Fisiologicamente il termine crisi (molto appropriato) può avere il significato negativo di grave perturbamento o quello neutro-positivo di trasformazione e mutamento.

Il primo aspetto che viene in luce, naturalmente, è il grande disagio sociale che provoca. Si possono fare brillanti discorsi culturali, ma poi i disoccupati sono fatti come noi…

Ho un nipote che lavora al nord in una azienda multinazionale, da Natale con orario ridotto a due giorni alla settimana. La moglie impiegata in una ditta artigiana, da sei mesi non riceve lo stipendio. Hanno un bambino di due anni. Sono aiutati dai parenti, ma per quanto tempo reggerà questa rete di protezione famigliare? Non possiamo mai dimenticare questo “perturbamento” che poi si traduce in ridimensionamento sociale sulla pelle degli ultimi.

C’è inoltre un altro aspetto di “grave perturbamento” che viene sempre più in luce in contingenze come quella che stiamo vivendo. Ed è l’uso (o l’abuso) che si fa della comunicazione mediatica.

Lo sviluppo dei media, fino a divenire una necessaria componente della vita sociale, è legato all’affermarsi, in vari modi e forme, del sistema democratico.
Qual una delle caratteristiche più importanti di una società democratica? Il fatto che la gente abbia la possibilità di partecipare alla gestione degli interessi propri e collettivi, potendo nel contempo conoscere ciò che realmente succede.

Ma esiste un popolo in cui il 51% dei votanti sia in grado di capire cosa oggettivamente è bene o male per la comunità, in prospettiva politica, economica e sociale, per l’oggi e per il domani? E’ possibile teoricamente. Ma nei fatti ciò accade rarissimamente. E accade proprio quando viene “guidata” la gestione della cosa pubblica. Troppo spesso invece il popolo appare come un bambino con in mano una pistola carica: una libertà che non sa usare.

Ecco quindi la “necessità etica di costruire il consenso”, perché il popolo sappia quello che è opportuno che sappia, e sia informato adeguatamente. Questa è la “mission” dei media oggi: essere per le attuali cosidette democrazie una sorta di “ingegneria del consenso”. Media che hanno un potenziale straordinario, che possono mettere o meno al servizio del bene comune. Possono osannare e poi gettare nella polvere dittatori come Saddam Hussein, oppure possono favorire lobby di ogni genere, dalle armi alle banche, alle industrie farmaceutiche… Ognuno può portare gli esempi che vuole.

La democrazia va custodita perché è di facile degrado. Ci sono per fortuna antidoti preziosi: le Chiese ad esempio, buone sorgenti per un pensiero alternativo, soprattutto nelle Americhe; certi sindacati in Europa, scuole di partecipazione politica; le associazioni umanitarie per i paesi svantaggiati, che formano alla solidarietà.

Ma con i media attenzione! Vanno verificati ogni giorno ponendoli innanzi alla nostra coscienza critica, guardandoli in controluce attraverso i nostri ideali. Questo per quanto ci riguarda come cittadini e membri di una società civile.

Ma passiamo al secondo significato del termine crisi, quello di trasformazione e mutamento del corpo sociale. Come comunicatori (e ripeto che il discorso vale per tutti noi: giornalisti, televisivi, cineasti, pubblicitari, informatici, scrittori, studenti e via dicendo), questo secondo significato del termine “crisi” ci spinge ad una ulteriore riflessione che ci coinvolge profondamente. Insieme cerchiamo di capire perché.

Trasformazione e mutamento.
Noi di NetOne vogliamo essere il popolo della rete, la rete globale della condivisione, della comunicazione orizzontale, della migrazione verso l’altro, verso gli altri, ai quali facciamo dono della nostra vita, delle nostre storie, carburante ideale delle comunità in cammino. E ci ritroviamo in tante voci che si alzano dalle battaglie e dalle troppo frequenti macerie che la spirale della crisi lascia dietro sé.

Voci che leggono il presente spinti da quello spirito che faceva dire a Teilhard de Chardin: “Il meglio finisce sempre per accadere, e l’avvenire è migliore di qualunque passato.”
Citiamo alcune di queste voci.

La crisi è una straordinaria opportunità e innesta una metamorfosi di cui abbiamo bisogno… Bisogna cambiare l’egemonia della quantità in favore della qualità e di beni immateriali come l’amore e la solidarietà…
Chi parla è un vecchio sociologo, Edgar Morin, un profeta scomodo ma sempre più ascoltato.

Una straordinaria opportunità è forse nascosta anche nella mutazione dei media, che cessano sempre più di essere venditori di notizie (tanto si sa tutto e subito) per divenire venditori di idee, interpreti del reale.
Si dice che nel 2010-2012 sarà venduta l’ultima copia stampata del New York Times, l’informazione viaggerà solo sulla rete, commenti e idee sulla carta, notizie ed evasione in TV, cultura e arte al cinema, nella rete informatica uno tsunami di parole, emozioni ed immagini, il sottofondo della nostra esistenza, un blog gigantesco che, insieme a tanta spazzatura e a tanti problemi etici e politici, ha due preziose qualità: essere impossibile da censurare e dar voce a tutti.
Oggi è lo strapotere dei vecchi media a essere messo in crisi – dice Wu Ming – è il popolo, è la massa stessa che si fa medium a sua volta. Sta nascendo un’epica del movimento dei movimenti, un romanzo popolare scritto con miliardi di mani e che viaggia su tutti i canali del pianeta. E’ l’aspetto più bello e strategico del tempo che viviamo.

Questo è il nostro tempo. Speriamo che tutto ciò porti frutto, perché ogni società per sopravvivere non può soccombere all’anarchia, ma ha bisogno dell’ordine nella libertà, della potente spinta dell’amore che tutto ordina e tutto libera.
In gennaio, Tettamanzi, vescovo di Milano, diceva al Circolo della Stampa: “Abbiamo bisogno del giornalista testimone. Non c’è virtualità che tenga, abbiamo bisogno di una pluralità di punti di vista, di narrazioni… Ma chi interpreta il reale? Chi tenta una spiegazione? Chi fa sintesi? Chi compone il quadro?... C’è bisogno di persone dietro a un mezzo, di una comunità dietro uno strumento…
Il comunicatore non cesserà di esistere. Solo deve incarnare una nuova coscienza di responsabilità e sentirsi espressione di una comunità.

Una comunità.
Quando Chiara Lubich nel giugno di nove anni fa gettò il seme di NetOne, una realtà che oggi sta fiorendo in tutto il mondo, pensava e vedeva questo popolo, “perché, diceva, non è pensabile che una nuova comunicazione possa essere proposta dall’alto, da una qualche agenzia internazionale o istituzione. Nascerà dal vissuto di comunicatori che hanno Dio-Amore come modello comunicante e come paradigma di relazioni professionali. Allora vedremo le situazioni capovolgersi, vedremo mezzi di comunicazione non invadenti, ma attenti ad aumentare la socializzazione dell’uomo, strutture produttive non lacerate dalla competitività, ma guidate dalla ricerca di un rapporto autentico col pubblico; l’informazione non strumentalizzerà il dolore e l’intimità delle persone, ma saprà fermarsi davanti alla presenza di Dio in ogni creatura; i mass-media sapranno impegnarsi chiaramente per valori veri e condivisibili, aiutando l’uomo nel suo cammino di ricerca verso la verità; la globalizzazione non soffocherà i popoli, ma si trasformerà in una comunione mondiale tra le civiltà e le culture, dove tutte le ricchezze spirituali e materiali diventeranno patrimonio comune, senza mortificare ma sottolineando la singolarità di ciascuno, in una continua dinamica di unità e distinzione. Una comunicazione così – continuava - ha in sé la capacità di rinnovare sia chi la fa che chi la riceve, suscitando una terza realtà che non è la somma del preesistente, ma la novità della vita che nasce.
E concludeva: “Ma, direte, come avverrà tutto ciò? E’ un sogno? Sì, ma il sogno di un Dio, … Un sogno quindi destinato a realizzarsi anche qui, ora, se tutti noi vi metteremo in gioco la nostra libertà, la nostra professionalità, la nostra vita.