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di Daniela Ropelato

La comunicazione per una democrazia di qualità

DanielaRopelato(il testo che segue è il testo preparato per l'intervento al Seminario 'Prove di Dialogo' del 10 giugno 2010. In fondo ad esso c'è il video dell'intervento e la trascrizione del parlato)

Il punto di partenza che è stato assegnato a questo panel, “I media sono fatti per far vivere gli uomini insieme”, ha un accento molto forte, suona quasi una provocazione... Chiara Lubich, con questa sintetica affermazione, non teme di indicare una precisa relazione tra azione comunicativa e azione politica: invita a riscoprire e a valorizzare la funzione dei media nella direzione di sostenere la costruzione della convivenza. Di più: la funzione dei media, la loro fisionomia più evidente e immediata sembra essere, in un rapporto che appare di causalità diretta, quella di sostenere la "riuscita" della convivenza.

In qualche misura, questa riflessione mi è apparsa come una ulteriore conferma di una osservazione abbastanza diffusa, comune a tanti studiosi e operatori della comunicazione: il fondamento della razionalità della comunicazione non è autoreferenziale, ma "esterno". I media non si auto-giustificano, non possono essere regola a se stessi, ciò che giustifica e connota l’azione comunicativa è il prodotto: i media sono strumenti.

Dal mio punto di vista, ciò è interessante per molti motivi: anche la razionalità delle "politiche" (uso il termine “politica” al plurale - e parlo di politiche - perchè anche la politica utilizza strumenti specifici - e sono le politiche - come i media sono gli strumenti della comunicazione), ciò che le motiva e le ordina è "esterno" a loro: sono strumenti per la soluzione di una domanda sociale, strumenti appunto della costruzione della convivenza
Ne ricaviamo anzitutto una conseguenza "facile": comunicazione e politica, con i loro rispettivi strumenti, sono di fatto strettamente collegate (e questa è un'interazione spesso sottovalutata). Basta guardare le influenze esercitate dalle interazioni del sistema di comunicazione di massa sui processi della globalizzazione politico-economica:
- in positivo, quando ciò significa maggiore controllo sull’uso delle risorse e sul governo dei processi economici e finanziari, e maggiore partecipazione da parte della società civile nazionale e internazionale;
- in negativo, quando si produce omologazione culturale e sociale, attraverso la diffusione di modelli e stereotipi; si accelerano i processi migratori, si favorisce il potere fuori controllo dei gruppi proprietari a livello multinazionale, ecc.

Ma è possibile mettere in luce anche una conseguenza “difficile”: comunicazione e politica devono essere libere l’una dall'altra, ordinate non l'una all'altra, ma alla costruzione della convivenza. E' nostro compito, allora, progettare e sperimentare nuovi "percorsi" lungo i quali collaborare per la riuscita dell'insieme: i media non "servono" la politica e la politica non "si serve" dei media. La politica è chiamata a rispettare la “funzione generativa” dei media e i media ad accettare fino in fondo la responsabilità che ne deriva. L’impatto dei media sulla costruzione della convivenza non è neutrale.

Se il capitolo delle interazioni tra comunicazione e politica è molto ampio, mi sembra interessante dire qualcosa in più di uno dei “luoghi” dove comunicazione e politica si incontrano, e cioè la sfera pubblica. L’interesse per la sfera pubblica sta riemergendo con forza: se fino a ieri, al centro della teoria democratica, c’era lo studio delle transizioni, dei mutamenti istituzionali che segnano il passaggio da un regime non democratico ad uno democratico, oggi questo basta più: si avverte l'urgenza di passare dallo studio della democrazia a quello di una “buona” democrazia. L’esistenza di una sfera pubblica libera, plurale, aperta, è certamente uno dei fattori centrali della definizione di una democrazia di qualità1.

Che cos’è la sfera pubblica? E’ un fenomeno essenzialmente urbano nato nelle città francesi ed inglesi del Seicento e Settecento, quando gruppi di commercianti, di artigiani, di tipografi, di studenti, si ritrovavano nei bar francesi, nelle coffee-house inglesi, a commentare le vicende di corte, a dibattere e a protestare, a prendere posizione2.
Sono i prodromi della democrazia moderna, in cui si apprende lentamente a comporre insieme le opinioni di tanti. Si preparano così, in questi luoghi, quelli che saranno i meccanismi della democrazia moderna: il suffragio universale, l’emergere dei partiti politici, l’articolazione dei mezzi di informazione.
Anche oggi è la città il luogo per eccellenza della sfera pubblica, là dove la società civile si aggrega e promuove un’iniziativa – un evento culturale, un happening di protesta, una raccolta di fondi, una marcia per la pace... –, dove circola e prende forma una posizione comune: nell’associazionismo, tra i giovani delle università, nelle piazze, nelle fabbriche, anche tra i gruppi di immigrati che si ritrovano alla stazione...
Oggi, come sappiamo, grande protagonista della sfera pubblica è divenuto Internet, sconfinata piazza virtuale dove transitano, si incontrano e si compongono un’infinità di opinioni che si sedimentano attorno ad un vasto numero di interessi.

Eppure la sfera pubblica oggi è temuta, indebolita, disarticolata, confinata...
La transizione in corso va collegata ad una serie di macroeventi (di cui la globalizzazione è forse il più evidente) che stanno svolgendo un forte ruolo aggressivo sul tessuto sociale. Ciò, tra il resto, allarga il divario tra istituzioni politiche e società civile, assecondando dimensioni di vita individualistiche, frammentazione e indebolimento dei legami sociali.

In questa cornice, anche nella comunicazione il pluralismo fa sempre più paura: cresce un pensiero elitista e accentratore, che fa prevalere il “tagliare corto” rispetto all’approfondimento; cerca la semplificazione degli strumenti e la riduzione dei tempi, invece di raffinare l’ascolto e la mediazione; si nasconde dietro l’efficientismo e l’opacità delle scelte, invece che privilegiare il coinvolgimento e la condivisione delle responsabilità.
Per questo, a mio parere è più che mai necessario rianimare la sfera pubblica. Perché il rompicapo della convivenza può essere risolto solo a partire dal basso, intrecciando la ricchezza delle differenze generazionali, etniche e culturali dei nostri territori, senza temere di includere quella straordinaria molteplicità della vita sociale che le attuali strutture della rappresentanza democratica non sono più in grado di comporre, ma che di fatto arricchisce enormemente (e semplicemente) la vita quotidiana delle nostre comunità, anzi, le rende innovative. Perché la democrazia in se stessa è, oggi più che mai, dialogo tra posizioni multiformi per elaborare percorsi di bene comune.

Ma scegliere di rimettere al centro la formazione dell’opinione pubblica, per quanto rappresenti un cardine fondamentale della convivenza democratica, non produce “automaticamente” la ricostruzione del tessuto sociale: sarebbe ingenuo pensarlo. Non basta chiedere dialogo, ascolto, confronto; dare spazio alla parola e all’argomentazione, all’integrarsi dei punti di vista. Sarebbe come dire che basta una tecnica raffinata per produrre l’accordo, che basta uno strumento libero per dare libertà alle persone... Abbiamo davanti a noi un percorso appassionante e questo è solo l’inizio.

1 Cfr. Lenardo Morlino (2003), Democrazia e democratizzazioni, Bologna, Il Mulino.
2 Cfr. Jürgen Habermas, Storia e critica dell’opinione pubblica, 1962, trad. it. Laterza 2001, in cui, tra il resto, definisce la sfera pubblica “una dimensione pubblica di privati”.

Daniela Ropelato è docente incaricato di Scienza politica all’Istituto Universitario Sophia di Loppiano, a Incisa V.no (Firenze) e di Analisi delle politiche pubbliche alla Pontificia Università San Tommaso di Roma

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Trascrizione dell'intervento

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