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ICT & new media

di Maria Rosa Logozzo

Costituzione per Internet

dfir_italy2007Si discute dei nuovissimi diritti nati dallo sviluppo della Rete, per evitare che pochi possano mettere le mani su uno strumento che può essere, e già lo è, via di democrazia partecipata.

La rivolta in Birmania, di cui abbiamo avuto notizia a fine settembre, in realtà pare sia cominciata a luglio. I fari su Myanmar si sono accesi solo quando le immagini sono arrivate su Internet, attraverso gli stratagemmi tecnologici più disparati, come sim card di altri Paesi e telefoni satellitari utilizzati e immediatamente distrutti per non farsi intercettare.

A Roma si è tenuto di recente il "Dialog Forum on Internet Rights" (Dfir), un forum sui diritti di Internet. Massimiliano Melica, presidente del Centro studi di informatica giuridica, si è fatto portavoce di un messaggio da Myanmar: «Ieri c'è stata la rivolta: mani giunte in preghiera, silenzio, presenza. Oggi echi di proiettile: la rivolta è immobile, lì, per terra, nel sangue. Domani riprende più forte la rivolta: mani giunte in preghiera, silenzio, presenza. Plug us». 

Quel plug us è riecheggiato più volte tra i contributi al forum. Plug us, un termine mediato dalla tecnologia per dire: «Rimanete connessi a noi». Quasi una richiesta di essere mantenuti in vita, di far parte della realtà planetaria, di essere guardati, sostenuti e aiutati dai fratelli che godono quella libertà che a loro manca. 

Il poter rimanere connessi tocca molti di quei diritti di cui al forum si è parlato (diritto all'accesso, diritto alla libertà di espressione e alla produzione di contenuti, diritto alla privacy, per nominarne solo alcuni) che dovrebbero rientrare nell'"Internet Bill of Rights", la Carta dei diritti di Internet, tema su cui verteva il forum e progetto che il governo italiano porta avanti dal Wsis, il summit dell'Onu sulla "società dell'informazione" conclusosi nel 2005, tra Ginevra e Tunisi.

Cosa dovrebbe essere questo "Internet Bill of Rights"? Stefano Rodotà, suo primo promotore, lo definisce «un documento costituzionale». I diritti in esso riconosciuti  - precisa - «si presentano come componenti di una nuova cittadinanza planetaria». Rodotà si è interrogato sulla impostazione e sui contenuti che una costituzione per Internet dovrebbe avere e sul processo migliore per formularla.

Mirare ad articolare alcuni grandi principi o scendere in una serie di prescrizioni analitiche? Rodotà è per la seconda opzione: «Le norme di principio hanno maggiore capacità di incorporare la dimensione del futuro, dunque di disciplinare situazioni in perenne mutamento, fornendo il quadro di riferimento ad una molteplicità di regole, anche variabili, provenienti da fonti diverse».

Egli individua una condizione preliminare all'attribuzione di specifici diritti: «Il riconoscimento pieno del diritto di accesso, che implica non solo la possibilità di connessione; richiede una accumulazione di sapere critico, dunque di istruzione adeguata; e soprattutto esige una crescente considerazione dei beni disponibili in Rete come beni comuni... Rischiamo, altrimenti, che ci venga consegnata una chiave che apre soltanto una stanza vuota, priva di contenuti significativi liberamente utilizzabili».

Su questa linea emergono problematiche oggi molto dibattute, come la necessità di un ripensamento radicale di brevetti e copyright e il mantenimento della neutralità della Rete, il che vuol dire che l'accesso ai contenuti resti ugualmente disponibile per chiunque. 

Ma con che procedure arrivare a stipulare questa Carta dei diritti? Qui sta la sua novità. Se finora le costituzioni hanno avuto una formulazione e promulgazione dall'alto ‑ ad opera di un sovrano, di un'assemblea costituente o di convenzioni internazionali  ‑ oggi la società connessa conosce dinamiche di altro genere, piuttosto dal basso, partecipative, più consone alla natura della Rete. Il processo costituente partecipativo dovrebbe attivare meccanismi che diano voce a tutti gli attori interessati e che includano non solo i governi o le aziende ma tutte le forze presenti ai vari livelli nella società). All'Onu verrebbe richiesta solo l'approvazione del documento e l'istituzione di una figura di garante internazionale.

Trattandosi però di nuovi meccanismi sociali e politici, che cominciano appena ad emergere e a stagliarsi, il passare dalle teorie e dai principi alla pratica è ancora sperimentale. Viviamo quella situazione che Rodotà ha definito «schizofrenia politica e istituzionale, che riconosce formalmente diritti fondamentali ma che, al tempo stesso, li nega.

Se è vero che si proclama - ad esempio - il diritto alla privacy, poi «in nome di una sicurezza dilatata fino a divenire "fabbrica della paura" e di una efficienza economica insofferente d'ogni regola» questo diritto non si applica. La ricerca di soluzioni equilibrate richiede tempo, quel tempo che il continuo e rapido avanzamento tecnologico pare non concedere.

Ci vorrà tempo anche perché cresca nel corpo sociale la coscienza della criticità di alcune proposte - come il non adottare software libero nelle amministrazioni pubbliche, o la conservazione delle nostre tracce digitali - e l'opportunità di altre come il rendere disponibile a tutti quel sapere a cui si è giunti con denaro pubblico. 

Nella Sala della Protomoteca in Campidoglio - gremita da 53 delegazioni statali con 70 nazioni rappresentate, oltre a molte associazioni di società civile interessate a far sentire la propria voce - l'evento promosso dal governo è stato di livello. Ma lo stesso governo non ha fatto una gran figura in quanto a risoluzioni concrete.

Gli interventi di diverse associazioni presenti hanno mostrato infatti quanto delibere e progetti messi in opera si muovano a volte in senso contrario a quanto affermato in linea di principio. Tra gli esempi a sostegno di questa tesi: il WiMax (l'accesso a Internet senza fili su vasta area) dato in concessione a privati senza riservarne una parte per un'azione che riduca il digital divide (il divario digitale) nelle aree più disagiate del Paese e l'ultimo progetto di riforma dell'editoria che prevede di mettere un albo di tipo giornalistico per chiunque scriva in Rete.

Ma è proprio necessaria una nuova costituzione per Internet? Secondo alcuni no: già ne esistono molte, più che crearne un'altra sarebbe meglio applicare quelle che ci sono. Secondo altri invece sì: nelle carte esistenti i diritti non sono adeguatamente presi in considerazione nella specifica dimensione della Rete; ad esempio l'art. 19 della Carta dei diritti dell'uomo, il diritto di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee, implica il diritto all'accesso prima non contemplato.
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Nell'ambito dell'"Internet Governance Forum Onu", al "Dialog Forum on Internet Rights" (Dfir) del 27 settembre scorso, le istituzioni erano rappresentate, oltre che dai promotori - il ministro Luigi Nicolais e il sottosegretario Beatrice Magnolfi -, da Pier Ferdinando Casini, presidente dell'Unione interparlamentare e dal sindaco di Roma Veltroni.

Sono intervenuti Unesco, Isoc, Icann, e anche aziende come Google, Sun (che ha ricordato tre requisiti a garanzia dei diritti in Rete: open standard, open source e open access) e Microsoft. Presenti anche diverse associazioni della società civile, tra cui Adiconsum, Alcei, Csig, Associazione italiana degli Internet provider, Interlex e Liber Liber.

Il processo Bill of Rights continuerà all'Igf di Rio de Janeiro, dal 12 al 15 novembre prossimi e si potrà seguire in diretta Internet: Plug in! La giornata di Roma è stata trasmessa via Internet. Video e testi disponibili su: http://www.dfiritaly2007.it/documents.asp.

 (Da Città Nuova n. 20 del 25 ottobre 2007)