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ICT & new media

di Maria Rosa Logozzo

Giorgio Ruffolo in tema di economia digitale

no copyright L'economia digitale, che permette di vendere e comprare su Internet senza l'interferenza degli Stati, porterà davvero al compimento dell'economia liberista, quella della fede nella libera concorrenza e nell'autoregolazione del mercato?

Internet favorisce la crescita e lo scambio di beni 'non esclusivi' o sociali, beni che non si perdono quando li si vende o scambia. Per esempio, se vendo una mela non ce l'avrò più: è un bene esclusivo; se metto invece una musica in rete, anche se questa viene fruita da molti io non la perdo: è un bene non esclusivo.

Sarebbe più opportuno allora non equiparare la fruizione di informazioni o altri beni immateriali in rete a operazioni di compra vendita classiche, ma parlare piuttosto di servizi offerti al pubblico, sia gratuitamente che dietro pagamento di opportuni canoni di retribuzione, trasformando "il valore di scambio dell' informazione in valore d' uso".

Ma non sempre è possibile distinguere nettamente il fornitore del bene dall'utente. Nel caso di musica scaricata da Internet ad esempio, chi l'ha scaricata è nella possibilità di distribuirla a sua volta. Secondo le attuali leggi sul diritto d'autore, che non tendono a distinguere beni esclusivi da beni non esclusivi, molte di queste operazione sono illegali. Lo Stato allora, non può lasciare che il mercato si autoregoli senza la sua interferenza, perché è in dovere di perseguire questi reati. Ma come farlo? Lo potrebbe - forse - solo mantenendo un controllo permanente di tutte le operazioni su Internet, un po' come fanno in Cina. Brutta cosa.

C'è dell'altro da prendere in considerazione relativamente all'economia in Rete, per esempio la partecipazione attiva degli utenti allo sviluppo dell'informazione. Gli utenti da consumatori si vanno mutando in 'prosumatori' attivi, da prosumer, termine creato da Alvin Toffler in previsione di una fusione tra produttori e consumatori. Fruire di un'informazione, aggiungendovi del proprio, ne aumenta il valore. Più sono i fruitori 'attivi', più il valore di quell'informazione cresce, si arricchisce in conoscenza.

 

Un articolo di Giorgio Ruffolo,  L'economia ai tempi del web (La Repubblica, 7 agosto 2008), analizza questi ed altri aspetti , prospettando un'alternativa al mercato liberista a riguardo dei beni sociali, sulla base di alcune tesi di ricerca di Richard Barbrook e del Centro Hypermedia dell'Università di Westminster:

Lo Stato assume il compito di fornire l' infrastruttura della rete Internet che non è più finanziata dalla pubblicità (col beneficio di una diminuzione dell' inquinamento dovuto alla contrazione dei consumi «indotti» da quella); ma dalle tasse, che la collettività decide democraticamente di pagare per massimizzare il bene pubblico dell' informazione.

(...)Il lato più interessante di questa riforma non sta solo nel rendere possibile la libera fruizione dell'informazione contenuta nella rete, ma di promuovere l' aspetto più innovativo di Internet: la partecipazione attiva dell' utente allo sviluppo dell' informazione.  

(...)non si tratta affatto di sostituire il mercato e lo Stato con una economia caratterizzata dal principio della reciprocità, ma di integrare economia di mercato, economia amministrativa ed economia digitale in un sistema più ampio e articolato. Lo Stato fornirebbe l' infrastruttura, il mercato promuoverebbe le innovazioni tecnologiche, per esempio sviluppando la griglia delle fibre ottiche, la rete promuoverebbe la diffusione e lo sviluppo dell' informazione attraverso un immenso dialogo sociale.

Dunque, Internet rappresenta, non, come sostiene l' ideologia californiana, la suprema esaltazione dell' economia di mercato ma una macroscopica premessa del suo superamento, nel campo dei beni sociali.

Quanto ai beni autenticamente privati il mercato è insostituibile, come rivelatore delle preferenze individuali (ricordiamo la lezione di von Hayek ). In tal senso esso costituisce uno strumento prezioso del benessere sociale. Uno strumento, però, non uno scopo. Uno strumento che affianchi l'altrettanto insostituibile presenza dello Stato e quella delle nuove istituzioni associative e volontarie, delle quali Internet è un felice esempio”.

Pensiamoci su.