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ICT & new media

di Maria Rosa Logozzo

Wikileaks non è Assange

Julien_AssangeAssange si è consegnato alla giustizia... è stata pagata la cauzione e Assange è agli arresti domiciliari... Assange scriverà un libro e col ricavato finanzierà i suoi avvocati e WikiLeaks...
Ci si continua ad occupare della sorte di Assange come se WikiLeaks dipendesse dalle sue vicende personali. Si spera che, una volta messo fuori gioco lui, termini l'incubo della pubblicazione di dispacci riservati delle Ambasciate degli Stati Uniti o di altre fonti, banche e grosse aziende secondo quanto preannunciato.

Quello che non si è colto è che WikiLeaks non è Assange, ma è un organismo a partecipazione distribuita.
I server dove risiedono i documenti non sono in un solo luogo, ma hanno mirror (server copia in aggiornamento continuo tra loro in modo da mantenere gli stessi dati su ciascuno) che superano il migliaio.
Se vengono bloccati quelli di una nazione, ci sono disponibili quelli di un'altra.

La sovrannazionalità è uno dei punti forza di Internet, nel bene e nel male. Assange potrà magari essere istradato negli USA e processato lì, ma WikiLeaks godrà sempre dell'ubiquità della Rete: fermato in una nazione, sarà sempre raggiungibile altrove.
C'è di più. WikiLeaks è già genitore di altri organismi ad esso sembianti. Il primo ad annunciarsi è stato  OpenLeaks, nato da una scissione interna a WikiLeaks, per una non condivisa egemonia di Assange. A quanto si sa avrà luce nel prossimo gennaio e punterà su un'opera di mediazione per far giungere pubblicazioni anonime direttamente ad alcune testate, senza  cernita e senza verifica di affidabilità (sono queste a creare dei colli di bottiglia e maggiori rischi legali per WikiLeaks). Questi controlli saranno lasciati a carico delle testate che decideranno di pubblicare il materiale, così come oggi accade per qualsiasi articolo.

BrusselLeaks e TradeLeaks sono invece già operativi. Ne parla LSDI, titolando simpaticamente “La soffiata diventa di moda”:
Brusselsleaks, un sito nato per iniziativa di un gruppo di giornalisti e addetti alla comunicazione che – hanno spiegato all’ European Journalism Centre – hanno sempre ‘’sentito parlare o visto circolare documenti riservati’’ e che si impegnano ora a vederli pubblicati. E Tradeleaks, che annuncia di voler fare nel campo del commercio quello che Wikileaks fa nel settore della politica.

In questo orizzonte che posizione prendere? Non c'è che da guardare ai dati di fatto attuali.
Nessun documento di WikiLeaks è stato smentito dagli USA.
Non risulta che ci siano state persone messe in pericolo dalle rivelazioni, anche perché nei documenti pubblicati i nomi sono omissis.
Però, come osserva la redazione di democrazialegalita.it, “tutto quel che è stato diffuso finora (...) è propriamente il punto di vista statunitense sul resto del mondo. (...) La trasparenza è quindi totale, ma non universale.

Di che utilità sono state le 'soffiate' rese pubbliche in Italia?
Sulle maggiori testate si è dato grande spazio a temi del tutto irrilevanti, vedi i festini di Berlusconi e la comunicazione d'altri tempi in Vaticano – per citare due casi -, facendone, come solito, materiale di sciocche contrapposizioni politiche.
Si è parlato di accordi Italia-USA per le forniture di Gas.
Si è dato un certo spazio al caso Calipari: i documenti sono serviti a far luce su alcuni fatti legati all'uccisione dell'agente che aveva tratto in salvo la giornalista Giuliana Sgrena, soprattutto sulle manovre per chiudere frettolosamente le indagini senza accertare le responsabilità.
Si è segnalata la vicenda di Salvatore Marracino, il militare italiano morto nel marzo 2005 in Iraq. WikiLeaks ha permesso di appurare che, contrariamente a quanto si sostenne allora, egli non si sparò con la sua arma, ma «Fu colpito accidentalmente» da fuoco amico durante un'esercitazione. Sua madre con ragione aveva continuato a non credere al suicidio.
Tra i temi 'non italiani', accenni alle pressioni esercitate dell'azienda farmaceutica Pfizer su un ministro nigeriano, per evitare di essere processata: 11 bambini nigeriani erano morti e circa 200 erano rimasti invalidi perché usati come cavie nella sperimentazione di un farmaco.

Senz'altro WikiLeaks o strumenti analoghi possono essere utili alla verità delle cose. Sono una speranza per una cultura della trasparenza. Non sarebbe bene, ad esempio,  se aprissero qualche pista di comprensione a quei misteri italiani quali la strage di Ustica o quella di Piazza Fontana?
Solo che poche persone hanno il tempo e le conoscenze per servirsi direttamente della documentazione originale pubblicata in inglese, la maggioranza segue WikiLeaks attraverso quello che ne dicono i telegiornali: sanno di Assange e dei suoi stupri, non sanno dei ricatti della Pfizer ad esempio.

Se però, come sta succedendo, le testate sfruttano pure i dispacci di WikiLeaks dandone una lettura che porta altra acqua al loro mulino, a beneficio della fazione che palesemente o subdolamente le muove, le cose cambieranno poco.

Resta sempre il grosso scoglio dell'informazione controllata e manipolata da  poteri ideologici, economici o politici.  Nelle nazioni dove ciò vige, nelle condizioni migliori, WikiLeaks resterà uno strumento di nicchia, come i siti di controinformazione, ma la maggioranza della gente continuerà a non sapere quello che non si vuol loro far sapere.

Questa situazione non ci abbatta ma si muti in incitamento a comunicare di più, con tutti i mezzi, a cominciare dalla nostra voce. Parliamo, passiamo parola, suscitiamo curiosità e interesse, scriviamo, usiamo le reti sociali, poniamo interrogativi... facciamo tutto ciò che è a noi possibile perché l'informazione recuperi la sua affidabilità e la sua imprescindibile funzione per il bene comune.

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