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ICT & new media

di Maria Rosa Logozzo

Tutti intercettabili se gli USA autorizzano

retisociali Si è saputo solo qualche giorno fa che a dicembre, una corte in Virginia, ha ingiunto a Twitter (rete sociale in cui si comunica con messaggi di non più di 140 caratteri) di consegnare i messaggi, i profili, i contatti e  quanto altro relativo a Julien Assange e a quattro altre persone legate a WikiLeaks, inclusa una deputata al Parlamento islandese.

Attraverso informazioni come, ad esempio, i numeri di IP da cui i messaggi sono arrivati, si cerca di scovare le fonti delle fughe di notizie che WikiLeaks ha diffuso.

Questa richiesta della corte era secretata e lo sarebbe rimasta se Twitter non si fosse opposta chiedendo, a rispetto delle sue politiche, di poter avvertire gli utenti prima di consegnarne i messaggi.
E' altamente probabile che analoghe richieste siano state fatte ad altre aziende, come Facebook e Google, che devono aver ubbidito senza far trapelare nulla.

In Italia abbiamo da tempo in corso un dibattito sulle intercettazioni telefoniche, che in fondo hanno analogie con quanto accaduto sulle reti sociali: consegnare le comunicazioni di un utente senza avvertirlo equivale ad intercettarlo.
La cosa curiosa è che, in genere, chi è favorevole alle intercettazioni in Italia, è contrario a questi interventi sulle reti sociali e viceversa.

 

Cosa pensare? Che continuiamo ad agire per partito preso, senza approfondire le questioni, senza misurare le nostre idee con la concretezza delle situazioni. A volte motivi di sicurezza, di contrasto al crimine e di bene comune possono richiedere delle deroghe alla privacy dei cittadini, ma devono essere debitamente autorizzate e debitamente protette da derive diverse da quanto autorizzato.
Su questo conveniamo tutti, le divergenze sono sulla valutazione dei casi in cui attivare le intercettazioni, oltre che sulla loro durata (a Twitter sono stati chiesti i messaggi dal novembre 2009 ad oggi), sulla durata di conservazione delle informazioni carpite, sulla loro diffusione pubblica.

Comunque un caso italiano sarà gestito dal sistema giudiziario italiano, ma quando intercettiamo comunicazioni su reti sociali qualcosa non quadra: può una corte statunitense decidere di ledere la privacy di persone non statunitensi?
Ad oggi le aziende in questione sono aziende USA quindi penso - da profana della materia - che ci sia competenza territoriale.

Possiamo continuare ad affidare i nostri dati e le nostre conversazioni, di noi di tutto il mondo, ad aziende di una nazione, vigente la sola legislazione di quella nazione?
E' bene prender coscienza che, se sui server di aziende USA sono depositati profili, messaggi, foto e conoscenza di tutto il mondo, e se le corti USA possono richiederle, ciò equivale a una pericolosa supremazia, a un pericoloso controllo degli USA su tutto il globo.

Non sarebbe da proporre all'ONU che i server nevralgici di Internet – Twitter, Facebook, Google e in primis i server che sono come una infrastruttura di Internet e ne permettono il funzionamento – acquisiscano lo status di territori extra nazionali sui quali vigano legislazioni internazionali appropriate?
Se tali nuove problematiche non saranno affrontate opportunamente e presto, origineranno di certo scontri e guerre perché l'informazione e l'accesso alla Rete oggi vale più dell'oro nero, come WikiLeaks ha solo cominciato a dimostrare.