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cristiani_avvIl 27 giugno 2007, presso la sede FNSI di Roma, è stato presentato un nuovo libro di Michele Zanzucchi Cristiani nelle terre del Corano. Viaggio nei Paesi musulmani del Mediterraneo edito da Città Nuova.

Riportiamo di seguito, da Avvenire del 3 luglio scorso, una parte del capitolo conclusivo "Follia e benedizione di un periplo mediterraneo".

Cristiani in terra araba, il dialogo alla prova

di Michele Zanzucchi

Nella mia visita nell'Iraq postbellico, infinitamente meno pericoloso dell'attuale ginepraio, mi aveva colpito il fatto che nei giorni in cui le città irachene erano abbandonate a loro stesse, molto spesso erano stati gli stessi amici musulmani dei cristiani a proteggerli, anche a rischio della propria vita. Si trattava di fedeli islamici assolutamente credenti, assai generosi e misericordiosi. Lo stesso atteggiamento mi è stato ricordato in Algeria, dove tanti cristiani erano stati protetti (e viceversa) dai vicini musulmani durante il terribile decennio della carneficina terrorista da più di 120 mila morti. Cosa vuol dire tutto ciò? Che nel concreto del presente i cristiani che vivono in Paese musulmano cercano soluzioni praticabili e non solo idealiste alla difficoltà della convivenza. E che l'attenzione all'altro è via imprescindibile per ogni coabitazione che sia degna di essere chiamata così.

Qualche suggerimento per il presente possibile è stato esplicitato nel corso del mio viaggio dagli stessi cristiani incontrati e intervistati. Ad esempio, in positivo: appoggiare le integrazioni internazionali che si prospettano all'orizzonte; sostenere le istituzioni internazionali che operano per la comprensione tra i popoli; incoraggiare gli scambi culturali e turistici, in particolare per i giovani; favorire i pellegrinaggi in quelle terre per non lasciare i cristiani che vivono laggiù col sentimento di essere abbandonati da tutti; aiutare lo sviluppo di opere di solidarietà comuni; mantenere in vita a tutti i costi i luoghi di dialogo già aperti, in primis il Libano; dar voce sui media ai dialoganti e ai pacifici in entrambi i campi, cristiano e musulmano; ricercare e sottolineare quel che unisce piuttosto di quel che divide, ostinatamente.

Ho pure ricavato dalle parole dei miei interlocutori una lunga serie di situazioni e atteggiamenti che, invece, non sarebbero da favorire in alcun modo: le facili contrapposizioni ideologiche; le commistioni pericolose tra questioni religiose e politiche; l'abbandono del terreno da parte dei cristiani, lasciando ad altri case e spazi che non verrebbero più riconquistati se non con estrema fatica; la risposta spesso emotiva alle provocazioni; il puntare esclusivamente sul dialogo teologico coi musulmani - dialogo forse talvolta addirittura impossibile -, piuttosto che su quello della vita, del cuore, dell'amore, della solidarietà, della misericordia; il riservare gli appuntamenti di dialogo solo alle élite, dimenticando i cristiani e i musulmani del popolo, quelli della porta accanto.

Val qui la pena di ricordare le parole del prof. Joseph Yacoub, dell'università di Lione, il quale sostiene con forza la necessità che i cristiani non abbandonino il campo nonostante le avversità: «Credo che dovranno prestare una crescente attenzione all'evoluzione del discorso musulmano. La lingua e la cultura araba restano un denominatore comune importante, come mostra ad esempio il ruolo dei maroniti nella promozione internazionale di questa cultura. L'errore più grande sarebbe di interrompere il dialogo. In questo senso, l'atteggiamento d'ascolto e di scambio adottato ad esempio dai cristiani palestinesi mi sembra il migliore. Anche se rischia d'essere l'ultima carta possibile da giocare». Non è un caso che le massime autorità cattoliche, e generalmente anche cristiane, di tutti i Paesi da me visitati insistano sempre più sulla necessità di sostenere in mille modi la presenza cristiana che corre seri pericoli di estinzione; persino Jacques Chirac ha datto a proposito della regione, che «i cristiani hanno più che mai il loro ruolo in Medio Oriente». Per tutti, bastino queste parole di Benedetto XVI: «Si tratta di una situazione che rende alquanto incerto il futuro educativo, professionale e familiare delle giovani generazioni cristiane, purtroppo fortemente tentate di lasciare per sempre la tanto amata terra natale. Come far fronte a problematiche tanto gravi? Nostro primo e fondamentale dovere resta perseverare in una fiduciosa preghiera al Signore che mai abbandona i suoi figli nella prova. A questo va unita un'attiva fraterna sollecitudine capace di trovare vie sempre nuove e talora insperate per venire incontro ai bisogni di queste popolazioni». Ma lo stesso papa tedesco non nasconde la difficoltà dell'impresa, che i cristiani che vivono in quelle terre siano «coraggiosi e determinati, con la forza dello Spirito di Cristo».

In questo contesto, il buon senso può essere certamente una reale guida alla soluzione dei problemi del presente; ma nello stesso tempo può al contrario rivelarsi un'arma a doppio taglio e sortire effetti opposti al desiderato se spinge le comunità cristiane a rinchiudersi a riccio sui propri problemi di minoranza. È ovvio: nelle comunità di ogni tipo, da che mondo è mondo, ci sono coloro (e non sono pochi) che mettono l'accento più sull'identità che sul dialogo. È ovvio, e non può essere che così; e tutti hanno diritto a un loro posto nella comunità cristiana, ci mancherebbe! Ma un cristianesimo solo attento alla propria identità e non dialogante rischia di svuotarsi di forza e senso. Bisognerebbe perciò prendere esempio dagli ultimi due Papi, ancora loro: non li si può certo accusare di aver svenduto la propria identità cristiana, ma nel contempo entrambi si sono raccolti in raccoglimento in una moschea, manifestando un estremo rispetto per la fede dei musulmani.

(da Avvenire del 3 luglio 2007)