congresso 2004
editoria e scienze della comunicazione
Comunicazione, cultura, RECIPROCITA'
| Indice |
|---|
| Comunicazione, cultura, RECIPROCITA' |
| Pagina 2 |
| Pagina 3 |
| Tutte le pagine |
Giuseppe Zanghì
direttore rivista "Nuova Umanità"
Di fatto, sta tramontando, e sempre più velocemente, un certo modo di concepire - e di vivere - il pensare; e un nuovo paradigma si delinea, che è destinato, a mio avviso, a dare forma alla cultura del terzo millennio.
Vedremo, pur se in modo estremamente sommario, come è stato inteso - e vissuto - fino ad oggi il pensare, evidenziando due momenti storici successivi. E poi ci affacceremo, sempre in estrema sintesi, sul nuovo che a nostro parere si annuncia.
La mia riflessione è quella di un cristiano. Ma penso che, per un autentico dialogo, ciascuno dev'essere sino in fondo se stesso. E la reale capacità di ascolto e comprensione dell'altro, nasce su questa identità vissuta.
***
Il primo momento storico del pensare è quello mitico .
Essendo esso autenticamente e originariamente umano, lo troveremo sempre presente - pur se modificato - nelle altre forme del pensare: per esempio, nella ricchezza dei simboli ai quali i concetti costitutivamente rimandano, e che sono il respiro della grande arte (quell'arte che in fondo custodisce in sé e profeticamente rivela il destino del pensare. Heidegger lo aveva capito, accostando Hoelderlin).
L'uomo che pensa nel mito è immerso nel divino, che è tutta la realtà percepita onticamente come il numinoso , il mistero incomprensibile. Dico: percepita , non pensata, essendo il percepire ontico più originario, più denso, unitario, del pensare quale noi oggi sperimentiamo.
Il divino è il grembo dal quale il pensare dell'uomo non si è ancora distinto. E' un pensare, per questo, caratterizzato fondamentalmente dalla fusione : prima dell'io, prima delle "cose", l'uomo del mito esperimenta una comunione profonda con tutto quanto lo avvolge. E tutto quanto lo avvolge è "divino" («tutto è pieno di dèi», scriverà Eraclito); e per questo ogni cosa, l'io stesso, si sottrae alla presa dell'uomo rimandandolo sempre ad una ulteriorità inesauribile presente-assente. I confini tra l'io e l'alterità - dalle cose agli altri a un dio - sono sfumati.
Il senso di dipendenza da questo divino è totale.
L'espressione tipica della cultura del mito è il rito : quell'insieme di azioni - gesti e parole - che servono a custodire l'originaria unità del tutto, l' Arché , e fanno vivere l'uomo in questa Arché , in un oggi atemporale nel quale passato-presente-futuro trascolorano e passano l'uno nell'altro.
La figura dominante nella cultura del mito è quella del "sacerdote". Da un lato, egli è il custode della solidità delle tradizioni nei riti originari, conservati senza innovazioni, perché in essi il divino è atemporalmente presente; dall'altro, come "mistagogo", il sacerdote attraverso i riti custodisce l'immersione nel divino in una continua reimmersione: perché, se l'immersione è originaria, tale da potersi dire lo spazio vitale dell'uomo, il suo stesso respiro, è anche continuamente da rinnovare perché sempre minacciata dalla spinta dell'uomo ad appropriarsi di sé e in sé smarrirsi, ponendosi fuori dell'Inizio. Il tempo, la storia, lo spazio incombono, pronti ad allontanare dall'unità dell'Origine.
Nella cultura del mito il soggetto che pensa non è il singolo come tale (il singolo è sempre "lacerazione" del tutto): è "il gruppo", cui il singolo è identificato. E l'unità del gruppo custodisce l'unità dell'Inizio: è il gruppo che custodisce il singolo nel divino, nell'Origine.
Qualsiasi novità del pensare - che può esser data solo nell'emergere delle singolarità dei membri del gruppo - è rigettata, perché disarticola, "ferisce", l'unità, l' Arché originaria.
La conoscenza è tutta e solo immersione nel divino: più accoglienza che restituzione espressiva.
Gli uomini del mito si sentono conosciuti , posseduti dal divino.
Per l'uomo del mito, il pensare è tutto e solo vita: esso non si esprime ancora in quei frutti della mente che saranno i concetti, ma in un semplice guardare degli uomini con infinito stupore le cose e se stessi immersi nel grembo divino, nell' Arché originaria. Esprimendo questa unità originaria e onniavvolgente in un insieme di simboli che fa corpo con la realtà, che è la realtà stessa.
Non si deve credere, però - e il rito lo rivela -, che la cultura del mito sia facile serenità. Essa è abitata nel più profondo dall'angoscia di una misteriosa colpa originaria per la quale l'essere immersi nel grembo divino è stato incrinato fino alla minaccia dello smarrimento. E in questa colpa si fa presente un lato "oscuro" della divinità: l'Apollo solare è anche il datore di morte. Il divino stesso è piagato da una sua arcana ferita.
La figura che più intensamente dice il divino pensato - percepito - e ritualmente fatto presente nel mito, è quella della Grande Madre, che in sé tutto custodisce e nutre. La Madre da nulla generata e tutto da se stessa generante. E se nell'evoluzione storica la figura della Madre acquisterà sempre più i tratti del padre - metamorfosi accompagnata da un acuirsi del senso di colpa per una unità violata -, non dimentichiamo che la Dea Madre, per il mito, sarà sempre l'intimo più segreto del dio-padre. Il greco Zeus è anche, e tutto, Metis, la dea delle grandi acque. E in fondo Ulisse, così avido di conoscenza, anela solo al ritorno: a ritrovare Penelope, la Donna-madre. Tutto il suo viaggio è memoria-ricordo di lei.
| Succ. > |
|---|
Prendo per buona la notizia che dopo il nauf...
Senza voler demonizzare questa forma di turism...
Si infatti sembra che l'unico colpevole sia ...
Tutti si accaniscono,a ragione,contro il com...
Bella la foto,si vede che era un'epoca da v...| home | mappa del sito | contatti | privacy | note legali | Login | cerca |
2010 NetOne
Questo/a opera e' pubblicata sotto una Licenza Creative Commons
Joomla! un software libero rilasciato sotto licenza GNU/GPL.
Annette Löw - webmaster@net-one.org