| C'è speranza per l'intercultura |
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| Domenica 14 Dicembre 2008 18:14 | |||
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di Maria Rosa Logozzo La speranza cambierà il mondo con la creatività dell’amore(Testo della conversazione tenuta all’Universidad Santo Tomás di Bogotà il 26 Novembre 2008)
Sarebbe stata un’impresa impossibile senza i nuovi media, che hanno continuato a riproporre la sua figura, le sue parole, le storie che raccontava… lo hanno reso vicino e, come ha simpaticamente scritto un giornalista italiano, ne hanno fatto un “avatar” . L’avatar è l’alter-ego con cui ognuno di noi vive in rete. Obama è diventato un avatar, uno come noi vorremmo essere, uno che ci ha fatto scoprire migliori, più potenti di quanto ci pareva di essere. Nell’Europa ci sentiamo un po' vecchi in confronto. Si scrive che siamo in un’epoca di tramonto, e si avverte la paura di non arrivare più a vedere un nuovo giorno; tramontano gli ideali della modernità, e non c'è alcuna prospettiva davanti. E' d'uso far partire la modernità da quando, come diciamo noi europei, Cristoforo Colombo scoprì l'America. Secondo quanto egli stesso scrive sul suo giornale, gli obiettivi della sua avventura erano: salvare il mondo portando il battesimo ai pagani e riportare oro in patria. All'epoca gli artefici del colonialismo vissero questa loro storia di conquiste perché ingenuamente convinti che i popoli civili avevano il compito di incivilire gli altri. L'Europa si sentiva investita dal compito storico di unificare il mondo, ciò che nel suo ambito veniva detto dell'uomo si intendeva valido per ogni uomo. E’ su questa situazione di cosiddetta supremazia culturale – argomento che sarebbe da approfondire - che si è andato innestando il processo di crescita tecnologica. Dove ci ha condotti questa strada? In un vicolo cieco. Oggi siamo ormai coscienti dell'impossibilità di estendere a tutti gli uomini il modello di vita della modernità e della sua tecnologia. Ma quale fu l'errore di fondo della modernità? Forse fu la mentalità di dominio, mentalità che ha fatto della storia una storia di armi e di guerre. Una supremazia sul diverso da noi e sulla natura, che ha illuso l'uomo facendogli credere che manipolando con la tecnica la realtà, egli sarebbe arrivato a realizzarsi. Si era sviluppata una ‘ideologia del progresso’, una fede nel progresso in quanto tale, pensato come un processo neutro, proseguibile all'infinito. Oggi le situazioni concrete mostrano che così non può essere. Prima la bomba atomica e poi i disastri ambientali, la gravissima carenza di acqua e di risorse energetiche, il buco dell'ozono, i fallimenti del libero mercato e gli esempi potrebbero continuare... tutto ciò ha incrinato la fiducia cieca nel progresso e nella sua economia, immettendo il timore che, lasciato a se stesso, esso possa condurci all'autodistruzione. Sotto le paure e le insicurezze di vario genere che oggi avvolgono le società in cui viviamo, ci sono da un lato le conseguenze della mentalità di dominio che ci ha finora guidati, ma c'è anche la difficoltà odierna di esercitare il dominio come in passato. La società complessa in cui siamo rende sempre meno facile esercitare un controllo, e questo ci manda in crisi come non sentissimo più il terreno sotto i piedi. Il prof.Raffaele Meo del politecnico di Torino, intervenendo al Congresso di NetOne nel 2004, per mostrarci come la complessità della tecnologia renda oggi illogico brevettare le opere di ingegno, ci ha mostrato una diapositiva con un cavatappi da una parte e un transatlantico dall'altra. Il cavatappi può essere stato opera di un solo cervello, che può quindi vantarne i diritti intellettuali, ma la nave di certo no, la sua realizzazione si è poggiata sull'ingegno di molti uomini succedutisi nella storia, sulle loro scoperte, da qui l'illogicità di brevettarla. Perché vi ho portato questo esempio? Tempo fa attorno a noi c’era l’illusione di vedere una sola civiltà e ci pareva che quella fosse la sola buona a migliorare la specie umana, aveva una specie di 'diritto di civiltà'. Due anni fa ho trascorso un mese a Londra. Mi ha fatto molta impressione che gli inglesi fossero come mosche bianche perché ormai le razze, dopo generazioni di convivenza, si sono intrecciate e il colore della pelle testimonia questo meticciato. In varie nazioni del mondo comincia ad essere così. Dove poggiarsi per sperare ancora? Balducci parla di due livelli nell’essere umano , quello della sua identità elaborata all'interno di una cultura particolare – che chiama uomo edito - e quello delle sue possibilità che ancora non hanno trovato attuazione: uomo inedito. L'uomo edito è legato alla storia vissuta, alle tradizioni, all'ordine, al calcolo, al concreto, alle sicurezze... un uomo con i 'piedi per terra'. Nel Vangelo troviamo la figura dello scriba che, divenuto discepolo, cioè messosi ad amare, trae fuori dal tesoro cose vecchie e cose nuove. E' nell’equilibrato articolarsi di uomo edito e uomo inedito che risiede la speranza, anche per il processo interculturale. In tutto questo processo c’è un ruolo specifico che gioca la memoria e la comunicazione in genere. Facciamo un salto di anni, arriviamo all’epoca dei mass-media. Anche qui, fino a pochi anni fa, la diffusione della comunicazione aveva necessità di apparati tecnologici molto costosi e di competenze specialistiche elevate. Per questo tutt’ora sono dei centri di potere a controllare l’informazione massmediale, a determinare quale informazione far passare e quale no e con quale taglio, a determinare la cosiddetta agenda setting. Si avvia al tramonto la comunicazione di stile marketing, che si fa venditrice di certezze, è la fine delle visioni uniche e universalmente valide, ma si apre un brulichio di visioni; ha successo non la grande idea globale ma la personalizzazione originale, la comunicazione amichevole, che ha coscienza dei suoi limiti e per questo viene avvertita più credibile e più vicina. Ciò, in sé è positivo, ma porta altre problematiche. Eugenio Scalfari, noto giornalista italiano, ha usato un'immagine che rende bene il punto in cui siamo. Egli ha scritto che “lo specchio si è rotto” , non riusciamo più ad avere una visione d'insieme, per cui pare che non ci sia più opinione pubblica, che noi uomini non riusciamo più a compaginarci attorno a un'idea. Questo ad esempio è il problema delle sinistra in Italia e Francia, o della destra in Thailandia e Australia. Oggi una visione unitaria monolitica si rifiuta perché ha sentore – e a ragione – di dominio o di chiusura, di “comunitarismo che alza mura” per dirla con un'espressione di Luigino Bruni. E c'è un'altra banale riflessione da fare: se lasciamo ad ogni pensiero la stessa valenza, se ci fidiamo del nostro solo criterio, deboli e limitati come siamo, non ci sperderemo in un groviglio di sentieri senza sbocchi? Vi è mai capitato di avere un problema, una domanda, e di parlarne con un amico? Parla tu e parlo io e parla tu e parlo io... si apre una soluzione che nessuno aveva in mente. In genere questo succede con gli amici, succede con quelli con cui si va d'accordo. E tu avverti e lo avverte anche l'altro che non ci avevi pensato a quella cosa, e risulta valida ed evidente per entrambi. Con una mentalità di scontro a questo non si arriva. Un personaggio italiano, Danilo Dolci3, ha scritto che “la creatività è non violenta”. Questa creatività libera e nata dall'amore è la sola che potrebbe avere la capacità di sgretolare, corrodere la mentalità di dominio e di affermazione di sé, e di aprire alternative anche davanti a prospettive catastrofiche. E' per questo che, per noi di NetOne è fondamentale riuscire, prima di tutto, a mantenere un amore 'vivo', non scontato, e generarlo laddove non lo troviamo. E' come un far respirare a pieni polmoni il bambino evangelico, l’uomo nuovo che ciascuno si porta dentro, e che, se lasciato vivere, ci tiene aperti al nuovo, attivi protagonisti, mai succubi di rassegnazione. E se affermiamo che cardine della comunicazione è la reciprocità, essa non vuol significare io dico e tu ricambi dicendo, questo non basta. Ci vuole un salto di livello, un salto in un qualcosa che ci superi e rimanga come stella polare ad indicarci il cammino. Se restiamo intellettualmente onesti e liberi, al di là delle fedi e delle etichette, saremo perennemente in ricerca di questa verità, sarà un anelito che, unito al dolore del limite che ci segna - limite che ciascuno di noi sperimenta continuamente - diverrà il propulsore nel nostro cammino, ci darà il coraggio per continuare, per spingerci ogni volta un passo più avanti. ______________________________ 1François Varillon, Traversate di un credente, Jaka Book 2008 2Ernesto Balducci, La terra del Tramonto. Saggio sulla transizione, Giunti 2005 3Danilo Dolci, Dal trasmettere al comunicare, Sonda 1988 4Chiara Lubich, “Paradiso ‘49“, in Nuova Umanità n.177, maggio-giugno 2008
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“Niente di importante è mai accaduto in questo Paese se non quando qualcuno, da qualche parte, è stato disposto a sperare. Ci sono persone disposte a lottare quando si sentono dire ‘No, non potete’, e loro rispondono invece ‘Sì, noi possiamo’ (…) ecco cos’è la speranza” . 










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