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di Maria Rosa Logozzo La 'cartina al tornasole' delle relazioni Il Buongiorno di Gramellini del 13 febbraio si intitola “Relazioni pericolose”. Gramellini nel suo scritto, focalizzato sugli incarichi e i soldi che in Italia per l’ennesima volta si scoprono frutto di relazioni di interesse o parentela più che di meriti professionali, critica l’odierna “mutazione genetica” che vede il prevalere delle pubbliche relazioni su qualsiasi altro fattore: “un sistema in cui le persone che ricoprono ruoli di responsabilità dedicano le migliori energie alle relazioni invece che ai prodotti è superficiale e mediocre: due aggettivi che ben si adattano, purtroppo, alla civiltà dei consumi.”
Ma la relazionalità non è un valore, un bene per l’uomo? Eccola che pare mutata in disvalore. Esisterà una cartina al tornasole che ci permetta di distinguere, in un comportamento apparentemente uguale, la bontà o meno della sua natura intrinseca? In una carriera professionale, informatica ad esempio, capita di partire dallo smanettare sulle macchine e di finire a coordinare gruppi di progetto, proprio dedicando le migliori energie a gestire relazioni. Ad una tale mutazione però, che è una maturazione, non si addicono gli aggettivi “superficiale e mediocre” che Gramellini usa.Personalmente mi è capitato più e più volte, davanti ad un problema concreto e apparentemente senza soluzione, di spostare per un momento l’obiettivo dal problema alla relazione con chi stava affrontando insieme a me l’ostacolo. Curando la qualità della relazione, si è usciti vincenti dal caso, insieme, per qualche “lampadina” che solo collaborando si è accesa. Anche in questo caso la relazionalità è stata un bene. E torna la domanda: c'è una cartina al tornasole? Gramellini : “Saper trattare col prossimo è sempre stata una qualità importante. Ma adesso è diventata pressoché esclusiva (…) perché chiunque voglia migliorare la propria posizione deve diventare venditore: di se stesso”. Mi pare che la cartina al tornasole sia una domanda: "Qual è l’interesse?" Chi cerca di vendere bene sé stesso per migliorare la propria posizione, per far carriera (ma che gliene importa degli altri?), arriverà magari ad essere ammirato e applaudito, arriverà a stare tra quelli che hanno amici che contano. La società (che siamo tutti noi) lo invidierà, lo imiterà, lo vedrà come il benefattore di turno e gli si affiderà. Ma la nostra società rischierà di non crescere se non ci cureremo di sapere da dove ci arrivano i benefici e in che modo siano stati ottenuti. Rinunciando all'intelligenza e alla preveggenza a lungo termine rischierà di restare “superficiale e mediocre”. Ecco il consumismo, l'odierno consumare un presente senza futuro e senza storia. Stando così le cose, che speranza abbiamo? Anche se è in relazione con gli altri che l'uomo cresce, di sicuro non abbiamo nessuna speranza di 'salire di livello' tramite relazioni interessate. Ci vuole quell'energia sempre più rara che è la gratuità. E la gratuità non sta nel sapersi vendere bene, ma nel sapersi donare bene. La gratuità, cammino di avvicinamento progressivo nel quotidiano e méta mai raggiunta, attiva energie sopite sia sul piano intellettuale che su quello pratico. Essa “apre” orizzonti di senso ai valori e a méte apparentemente utopiche che, pur ben radicate nel presente, lo trascendono. Solo nel recupero della gratuità risiede la speranza di operare per un bene comune senza interessi di parte.
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