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Sabato 06 Novembre 2004 12:00
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Susana Tamaro

Io più che una domanda voglio fare alcune osservazioni, essendo parte in causa. La prima è una osservazione, come diceva prima Tristan Bauer, è che mi domando perché noi non vediamo tutte queste belle cose, perché io negli anni settanta, ottanta, potevo vedere film ungheresi, i film rumeni, di tutto il mondo ed adesso posso vedere solo film americani, e sono esasperata da questo. Vorrei vedere film argentini, messicani, eccetera. Bisogna creare un circuito alternativo, diciamo, a questa oppressione, perché io ritengo un'oppressione non vedere la ricchezza delle espressioni di tutti i popoli di tutte le culture, e trovo che sia un impoverimento dovuto anche al fatto che quello che è costato il mio film, è forse solo come la preparazione della scena di un film americano. Non possiamo competere su un piano economico, o della distribuzione, ma è un grande impoverimento per tutti non poter condividere le culture.

La seconda cosa che voglio direè che io credo che il cinema sia uno straordinario modo per fare poesia, è un modo universale di comunicare con le immagini, credo che si fanno i film per comunicare emozione e per lasciare domande alle persone. E anche i libri si fanno per lo stesso motivo, ovviamente anche per intrattenere. Ma io ho voluto fare un film sul cambiamento interiore delle persone, e questo è anche una domanda che rivolgo agli italiani presenti in sala. La nostra cultura non ammette mai che ci sia la drammaturgia: cioè le persone che dalle tenebre incominciano ad intravedere la luce. Le nostre storie sono assolutamente piatte, ma siamo pronti a lanciare grida di meraviglia quando queste cose vengono da altri paesi, è una specie di colonialismo culturale. Io ho fatto una storia sulla violenza familiare, e tutti mi hanno detto: impossibile, ridicolo, non esistono storie così in Italia. Però se la storia viene dagli Stati Uniti o della Spagna, sono tutte storie di straordinario coraggio. Allora vorrei sapere perché questa ipocrisia di non ammettere, di non parlare delle tenebre, per poi fare il percorso verso l'apertura, naturalmente? Abbiamo avuto un tale rifiuto, una incapacità ad accettare che anche il cristianesimo è un discorso di cammino, di resurrezione, non è una via di risoluzione e soprattutto non è una risoluzione consolatoria. Ma, qui voglio dire un'altra cosa che è sintomatica, il mio film è stato un giorno e mezzo nelle sale e adesso è stato venduto all'estero, e i paesi che lo hanno comprato sono paesi non cattolici. Questo ci fa riflettere molto sulla questione di quanta incapacità abbiamo di capire certe cose: lo ha comperato un paese islamico, e un paese ortodosso, come la Russia. Dicono c'è una grande paura, una grande incapacità ad accettare tutto ciò ha a che fare con la cultura e che si ritiene che il messaggio cristiano sia una specie di marmellatina pseudo- culturale consolatoria. Insomma, vorrei che si incominciasse a parlare in modo più serio di queste cose.

Domanda

Io vorrei fare una domanda al dottor Bernabei, perché mi ha fatto impressione quello che lei ha detto nella prima parte, cioè che il figli della luce non riescono a comunicare. E' una incapacità di comunicare o si trova poco spazio, per comunicare queste idee?

Poi vedo spesso che la sua azienda produce grandi film, non pensa che magari la piccola storie di, magari, una donna nata e cresciuta in un paesino, possa comunque trasmettere un messaggio valido e di tutto rispetto?

Luca Bernabei

Ti rispondo velocemente. Non credo che ci siano pochi spazi. Per noi gli spazi ci sono e sono tanti. Il mondo è pieno di televisioni, di reti, di Network, di dio internet, eccetera, eccetera. Bisogna solamente essere bravi a prenderli, forse per un pochino ci siamo distratti. Per la seconda domanda: perché non facciamo piccole storie? A volte le facciamo, però preferisco fare una storia che si chiama, giustamente, Giovanna D'Arco, perché il richiamo è immediato . E' chiaro, che è più difficile, in questo mare magnum d'informazione che arrivano, toccare l'interesse con una piccola storia. Una piccola storia può essere più per il cinema, lo dico a malincuore, perché anche a me piacerebbe raccontare le piccole storie, però non ci si riesce. Volevo anche permettermi di rispondere all'amico Tristan: io chiaramente ho fatto una polemica, prima, cioè io credo che il cinema d'autore sia il cinema di pensiero, e anch'io ritengo di fare televisione d'autore.

Spero che la gente si ricorderà della televisione che facciamo noi, perché ci mettiamo tanto pensiero. Io spero e penso di lavorare per la gente, come hanno fatto Tristan e Stijn: loro due in questi film che abbiamo visto avevano qualcosa da comunicare.

Domanda

La domanda che io volevo fare a Tristan, è questa: è fantastica la sua storia, c'era veramente bisogno di essere fatta ed era importante, fatta con molti mezzi, con soldi, insomma, ma sembrava anche molto cupa e credo che ci voglia abilità per guardare nel buio delle vicende umane. Ma dove era la speranza, in questa sua storia, dove il senso dell' umorismo? Cosa c'è, nel suo film, che ci porta a continuare a guardare nel buio?

Tristan Bauer

Per quanto riguarda al tema dell'oscurità, di ciò che è duro e buio, penso che anche noi come artisti dobbiamo rimboccarci le maniche. Come Argentini dobbiamo entrare a far parte della nostra storia, ricordare che spesso è vista troppo superficialmente: specialmente il periodo della guerra, è una guerra che non ha immagini, come vi dicevo prima. Ho dovuto fare una ricerca di immagini per poter ricostruire questa guerra e abbiamo dovuto fare riferimento agli archivi inglesi! Chiedere loro assistenza e aiuto perché in Argentina c'era l'esercito che non voleva diffondere informazioni. Quindi mi sembra importantissimo ricordare questi momenti della storia, e andare più in fondo e non in modo superficiale come è stato mostrato in altri film, dove sembra tutto meraviglioso, tutto bello. Sottomettere gli spettatori invece ai veri orrori della guerra, anche se questo è crudo.

E potrete vedere che uno dei personaggi muore: è un personaggio molto ricco, è un personaggio molto importante. E anche nella guerra possiamo vedere l'umorismo e questo fa parte di ogni arte ed è molto importante l'umorismo.

Per concludere vorrei rafforzare questa idea di condividere le culture perché le culture non scompaiano. Quello che Susanna Tamaro ha appena detto, che qui in Italia non si vede il cinema argentino, che il cinema africano non esiste, anche noi abbiamo lo stesso problema, l'unico cinema che vediamo è quello americano. Non esiste altro, non si vede altro che quello degli altri, mai le nostre cose.


 
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