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Rubriche

di Thomas Klann

Grattacieli che 'mangiano' le favelas

 

Grattacieli che 'mangiano' le favelas a San Paolo - foto di Thomas Klann

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Recentemente sono stato in Brasile, per motivi di lavoro. Il mio equipaggiamento per le riprese video era composto in maggior parte da “action camera”.
Sono telecamere con dimensioni e peso ridotti, che possono essere montate su un drone, un quadrocopter.
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di Thomas Klann

Il punto di fuga

 

Prospettiva - foto di Thomas Klann

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Riprendo dalle ultime due foto di questa rubrica. Una era presa dall'alto: " bisogna abituarsi a vedere le cose in una nuova prospettiva", commentavo. Perché? Perché in una foto dall'alto non esiste il cosiddetto punto di fuga.
Invece in quella che ho chiamato 'foto macro' esso esiste. Il punto di fuga sottolinea la prospettiva, ma in questo caso è fuori dall'inquadratura. 

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di Thomas Klann

La foto macro

 

Sulla scrivania - foto di Thomas Klann

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Sono tanti i campi di lavoro nell'ambito fotografico: fotografia sportiva, attualità, reportage, architettura, matrimoni e celebrazioni, ecc.
Ognuna di queste discipline porta con se delle problematiche di realizzazione sia organizzative che tecniche. Ma a volte ci si trova a confrontarsi anche
con i limiti del mezzo in sé, i limiti della macchina fotografica.
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Comunicazione, cultura, RECIPROCITÀ

"Mytos, Logos, Agape"

c04-txt_zanghiGiuseppe Zanghì
direttore rivista "Nuova Umanità"

Oggi, nell'Occidente in particolare, siamo in un momento delicatissimo: uno di quei forti e assai rari momenti di passaggio che segnano il tramonto di una cultura e l'albeggiare di una cultura nuova. Lo rivelano l'attesa e il dolore più sinceri della cultura di oggi degna ancora di questo nome; il logoramento delle parole; lo smarrimento del pensare; il tramonto del filosofo, del saggio; il silenzio dell'arte schiacciata dal predominio della parola-concetto; l'avvento di un pensare "collettivo" richiesto dalla tecnologia, dai media, ma che minaccia di cancellare l'irripetibilità del singolo e lo stupore iniziale; il dialogo sempre più necessario tra le grandi culture religiose in uno spazio originario che le contenga tutte.

Di fatto, sta tramontando, e sempre più velocemente, un certo modo di concepire - e di vivere - il pensare; e un nuovo paradigma si delinea, che è destinato, a mio avviso, a dare forma alla cultura del terzo millennio.

Vedremo, pur se in modo estremamente sommario, come è stato inteso - e vissuto - fino ad oggi il pensare, evidenziando due momenti storici successivi. E poi ci affacceremo, sempre in estrema sintesi, sul nuovo che a nostro parere si annuncia.

La mia riflessione è quella di un cristiano. Ma penso che, per un autentico dialogo, ciascuno dev'essere sino in fondo se stesso. E la reale capacità di ascolto e comprensione dell'altro, nasce su questa identità vissuta.

 

***

Il primo momento storico del pensare è quello mitico .

Essendo esso autenticamente e originariamente umano, lo troveremo sempre presente - pur se modificato - nelle altre forme del pensare: per esempio, nella ricchezza dei simboli ai quali i concetti costitutivamente rimandano, e che sono il respiro della grande arte (quell'arte che in fondo custodisce in sé e profeticamente rivela il destino del pensare. Heidegger lo aveva capito, accostando Hoelderlin).

L'uomo che pensa nel mito è immerso nel divino, che è tutta la realtà percepita onticamente come il numinoso , il mistero incomprensibile. Dico: percepita , non pensata, essendo il percepire ontico più originario, più denso, unitario, del pensare quale noi oggi sperimentiamo.

Il divino è il grembo dal quale il pensare dell'uomo non si è ancora distinto. E' un pensare, per questo, caratterizzato fondamentalmente dalla fusione : prima dell'io, prima delle "cose", l'uomo del mito esperimenta una comunione profonda con tutto quanto lo avvolge. E tutto quanto lo avvolge è "divino" («tutto è pieno di dèi», scriverà Eraclito); e per questo ogni cosa, l'io stesso, si sottrae alla presa dell'uomo rimandandolo sempre ad una ulteriorità inesauribile presente-assente. I confini tra l'io e l'alterità - dalle cose agli altri a un dio - sono sfumati.

Il senso di dipendenza da questo divino è totale.

L'espressione tipica della cultura del mito è il rito : quell'insieme di azioni - gesti e parole - che servono a custodire l'originaria unità del tutto, l' Arché , e fanno vivere l'uomo in questa Arché , in un oggi atemporale nel quale passato-presente-futuro trascolorano e passano l'uno nell'altro.

La figura dominante nella cultura del mito è quella del "sacerdote". Da un lato, egli è il custode della solidità delle tradizioni nei riti originari, conservati senza innovazioni, perché in essi il divino è atemporalmente presente; dall'altro, come "mistagogo", il sacerdote attraverso i riti custodisce l'immersione nel divino in una continua reimmersione: perché, se l'immersione è originaria, tale da potersi dire lo spazio vitale dell'uomo, il suo stesso respiro, è anche continuamente da rinnovare perché sempre minacciata dalla spinta dell'uomo ad appropriarsi di sé e in sé smarrirsi, ponendosi fuori dell'Inizio. Il tempo, la storia, lo spazio incombono, pronti ad allontanare dall'unità dell'Origine.

Nella cultura del mito il soggetto che pensa non è il singolo come tale (il singolo è sempre "lacerazione" del tutto): è "il gruppo", cui il singolo è identificato. E l'unità del gruppo custodisce l'unità dell'Inizio: è il gruppo che custodisce il singolo nel divino, nell'Origine.

Qualsiasi novità del pensare - che può esser data solo nell'emergere delle singolarità dei membri del gruppo - è rigettata, perché disarticola, "ferisce", l'unità, l' Arché originaria.

La conoscenza è tutta e solo immersione nel divino: più accoglienza che restituzione espressiva.

Gli uomini del mito si sentono conosciuti , posseduti dal divino.

Per l'uomo del mito, il pensare è tutto e solo vita: esso non si esprime ancora in quei frutti della mente che saranno i concetti, ma in un semplice guardare degli uomini con infinito stupore le cose e se stessi immersi nel grembo divino, nell' Arché originaria. Esprimendo questa unità originaria e onniavvolgente in un insieme di simboli che fa corpo con la realtà, che è la realtà stessa.

Non si deve credere, però - e il rito lo rivela -, che la cultura del mito sia facile serenità. Essa è abitata nel più profondo dall'angoscia di una misteriosa colpa originaria per la quale l'essere immersi nel grembo divino è stato incrinato fino alla minaccia dello smarrimento. E in questa colpa si fa presente un lato "oscuro" della divinità: l'Apollo solare è anche il datore di morte. Il divino stesso è piagato da una sua arcana ferita.

La figura che più intensamente dice il divino pensato - percepito - e ritualmente fatto presente nel mito, è quella della Grande Madre, che in sé tutto custodisce e nutre. La Madre da nulla generata e tutto da se stessa generante. E se nell'evoluzione storica la figura della Madre acquisterà sempre più i tratti del padre - metamorfosi accompagnata da un acuirsi del senso di colpa per una unità violata -, non dimentichiamo che la Dea Madre, per il mito, sarà sempre l'intimo più segreto del dio-padre. Il greco Zeus è anche, e tutto, Metis, la dea delle grandi acque. E in fondo Ulisse, così avido di conoscenza, anela solo al ritorno: a ritrovare Penelope, la Donna-madre. Tutto il suo viaggio è memoria-ricordo di lei.

 

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