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Rubriche

di Thomas Klann

La foto macro

 

Sulla scrivania - foto di Thomas Klann

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Sono tanti i campi di lavoro nell'ambito fotografico: fotografia sportiva, attualità, reportage, architettura, matrimoni e celebrazioni, ecc.
Ognuna di queste discipline porta con se delle problematiche di realizzazione sia organizzative che tecniche. Ma a volte ci si trova a confrontarsi anche
con i limiti del mezzo in sé, i limiti della macchina fotografica.
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di Thomas Klann

Implicazioni delle nuove visioni da drone

 

Loppiano, il College - foto di Thomas Klann

(clicca per ingrandire)

Riflettevo in questi giorni su come ci si stia avviando a un nuovo modo di veder le cose, da nuove prospettive.
Fino a qualche tempo fa eravamo abituati a una visione in un certo senso 'dal nostro orizzonte', ad esempio c'era un cielo, una terra e qualcosa in mezzo, come una casa, un castello o una persona.
Ora possiamo vedere dall'alto, dalla prospettiva di un uccello, di un aereo, di un elicottero.
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di Thomas Klann

Se tutto è perfetto, dove rimane la fantasia?

 

Di notte a Venezia - foto di Javier Garcia

(clicca per ingrandire)

Oggi è facile scattare foto, lo facciamo tutti, con il cellulare, con la macchina fotografica, con la telecamera... ma quando una foto è di qualità?
Cosa fa la qualità di una fotografia?
E qui vi chiedo perdono in anticipo se devo dare un po' di numeri :-).
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di Maria Rosa Logozzo

Comunicatori per vocazione

(Intervento tenuto nel corso del settimo meeting online di Comunicare per un mondo unito del 18 aprile 2009, nel corso di NetOne Italia 209)

Una frase di St.Exupery che tutti conoscerete afferma: “Non si vede bene che col cuore, l'essenziale è invisibile agli occhi”.
Il vedere, cogliendo il nesso e il significato delle cose, il vedere 'l'essenziale' è fondamentale per un comunicatore.

Per “vedere col cuore”, però, non basta intendere il vedere con sentimento, né basta intendere il vedere con passione o con compassione.

Nelle situazioni più forti della vita, specie quelle dolorose, la forza dei sentimenti e delle passioni può offuscare la visuale, distorcerla invece che renderla nitida.

Ci si ritrova, secondo i casi, incompresi, esclusi, schiacciati, arrabbiati, paurosi, impotenti... e gli aggettivi potrebbero continuare. Si può perdere il bandolo della matassa della vita e della realtà.
Ci si comincia ad interrogare sul senso dell'esistenza, si comincia a cercare nel fondo di noi stessi un perché all'assurdo. In gradi diversi prima o poi tutti ne facciamo l'esperienza.
Impotenti davanti a questo insondabile o ci si ribella o pian piano ci si quieta, ci si abbandona, si resta in attesa di capire.
Le nostre parole si spengono nel silenzio del nostro mistero e lì appare un Dio misterioso dentro il nostro silenzio” , così scrive Salvatore Natoli, un filosofo italiano.

Per un comunicatore arrivare a questi momenti in cui le parole si spengono è la più alta scuola di comunicazione.
Allora si cominciano ad avvicinare a uomini e situazioni in maniera differente, in un silenzio rispettoso, con un cuore divenuto più 'di carne', per la coscienza del limite della nostra comune natura.
Su questa coscienza la comprensione dell'essenziale, dell’'invisibile agli occhi' è facilitata, il nostro narrare perde orpelli e acquista onestà .

Il mestiere di comunicatore diventa reale vocazione, vocazione laica a portare alla luce e amplificare questo 'essenziale', cercato tra persone ed eventi come Diogene con la sua lanterna cercava l'uomo.
Un essenziale che potremo dire anche 'verità delle cose', a cui ci avvicineremo via via per approssimazioni, mai definitivamente, perché il mistero dell'uomo, del cosmo, della vita resterà sempre un aldilà di noi.

Dar voce alla verità, come siamo chiamati a fare, non è tanto proclamarla per sentito dire o per apologetica, quanto far prima silenzio in noi per cercare di coglierla e poi trasmetterla con fedeltà.
Questo ci mette in gioco nel nostro lavoro quotidiano, a volte può richiedere eroismo.
Non ci mancano testimoni a cui guardare. Ne ricorderò solo due, noti, ma la lista sarebbe lunga e soprattutto ci sono molti eroi quotidiani che rimangono nell’ombra.

Walter Tobagi, giornalista e scrittore italiano, fu ucciso nel maggio 1980 da un commando di terroristi proprio per il suo 'voler capire', ricostruendo con lucidità e pazienza, le cause, le contraddizioni, le coperture del terrorismo delle Brigate Rosse.

Due anni prima di essere ucciso Tobagi scrive alla moglie chiedendole scusa di aver trascurato la famiglia a causa del suo lavoro d'indagine. E le spiega:
al lavoro affannoso di questi mesi va data una ragione, che io sento molto forte: la ragione di una persona che si sente intellettualmente onesta, libera e indipendente, e cerca di capire perché si è arrivati a questo punto di lacerazione sociale, di disprezzo dei valori umani. Mi sento molto eclettico, ideologicamente; ma sento anche che questo eclettismo non è un male, è una ricerca: è la ricerca di un bandolo fra tante verità parziali che esistono, e non si possono né accettare né respingere in blocco” .
Barbiellini Amidei ricordando Tobagi anni dopo ne parla come di uno che “certamente vide dove altri non riuscivano o non vollero vedere
” .

Un secondo ricordo lo indirizzo a Anna Politkovskaja, giornalista russa, assassinata nell'ascensore di casa nell'ottobre 2006.
La Politkovskaja continuò a raccontare gli orrori della guerra in Cecenia anche quando fu cosciente che era diventata un personaggio scomodo per il potere russo e volevano ucciderla.
E' talmente stupida che non conosce neanche il valore dei soldi” , diceva di lei chi voleva fermarla con la corruzione.
In un articolo, dal titolo “Il mio lavoro ad ogni costo” lei stessa si racconta:
Sono una reietta. E' questo il risultato principale del mio lavoro di giornalista in Cecenia (…)

Quale crimine ho commesso per essere bollata come 'una contro di noi'? Mi sono limitata a riferire i fatti di cui sono stata testimone. Ho scritto e , più raramente, ho parlato.

(...) la mia vita è difficile, certo, ma è soprattutto umiliante. A 47 anni non ho più l'età di scontrarmi con l'ostilità e avere il marchio di reietta stampato sulla fronte. Non parlerò delle altre gioie del mio lavoro – l'avvelenamento, gli arresti, le minacce di morte telefoniche e online, le convocazioni settimanali nell'ufficio del procuratore generale per firmare delle dichiarazioni su quasi tutti i miei articoli (...)

(...) gli articoli che mi presentano come la pazza di Mosca non mi fanno piacere. Vivere così è orribile. Vorrei un po' più di comprensione. Ma la cosa più importante è continuare a fare il mio lavoro, raccontare quello che vedo, ricevere ogni giorno in redazione persone che non sanno dove altro andare.

Walter e Anna hanno inseguito la verità e hanno cercato di mostrarla. Credevano alla forza di cambiamento insita nel comunicarla a chi non poteva vederla. Entrambi scrivevano fatti con pochi commenti personali - “penso che i lettori sappiano interpretare da soli quello che leggono” scriveva la Politkovskaja - , era la loro stessa esistenza in quelle situazioni il primo antidoto al male che le loro parole raccontavano.
Rivedremo tra breve cinque minuti forti del discorso fondativo di NetOne fatto da Chiara Lubich nel 2000, il punto dove lei sottolinea come un comunicatore realizzi la sua vocazione proprio quando, annientato – e presenta come modello Gesù che urla l'abbandono del Padre – , elimina ogni diaframma e mette direttamente in contatto la verità, Dio per i credenti, con coloro per cui comunica.
Il grido di Gesù 'che riassume il nulla di tutte le cose ha da sempre percorso la storia dell'uomo' dice la Lubich. E parla dell'abbandono da parte del Padre che Gesù sperimenta come di un 'abisso di individualità dove la relazione è morta'.
Ora è proprio quando la relazione è morta che, in genere, il disaccordo e la violenza trovano spazio e fomentano ribellioni e soprusi. Se anche allora, anche in quell’isolamento doloroso, ce la faremo a restare fedeli alla vocazione di comunicatori, se ci crederemo ancora e, con coraggio, faremo di noi stessi e del nostro narrare quella relazione che manca, allora saremo un seme di rinascita, una profezia di pace e di giustizia.
Con più frutto se saremo in molti, uniti, a farlo.

 

 

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Quando è profonda, la verità brilla per se stessa, e non è il caso di proclamarla retoricamente.
Bruno Maggioni

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