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ICT & new media

di Maria Rosa Logozzo

"Nativi digitali" e categorie in crisi: quale uomo all'orizzonte?

recita di bambiniFederica, 4 anni, ha cambiato i fiori nella casa di Barbie e poi è corsa in giardino per spostare all’ombra la ciotola del gattino. Per lei la casa di Barbie ‘dentro il computer’ e il gattino ‘fuori del computer’ fanno parte dell’unico suo mondo.

Federica è nata quando Internet c’era già, è una ‘nativa digitale’. Noi adulti siamo degli ‘immigrati digitali’, dobbiamo adattarci al mondo ‘dentro il computer’ che non è la terra delle nostre origini.

Federica non parlerà mai di ‘rivoluzione digitale’. Siamo noi ‘immigrati’ che dobbiamo imparare ad usare la tecnologia, lei no; a lei è connaturale perché è la sua ‘terra’. Siamo noi a far paragoni tra prima ed ora, perché manteniamo la nostra esperienza, le nostre radici. Per questo abbiamo paura del futuro e ci facciamo tante domande.

Un fattore in più accentua il nostro spaesamento.

Ogni nuovo mezzo di comunicazione ha portato una mutazione nella vita e nella conoscenza umana. Ma, se ci sono volute 1700 generazioni umane per sviluppare il linguaggio, 300 per sviluppare la scrittura e 30 per arrivare alla stampa, da quanto è comparsa l’energia elettrica i cambi tecnologici si sono susseguiti generazione dopo generazione. E’ diventato impossibile passare la ‘staffetta’ da una generazione all’altra; si è incorsi in una specie di ‘sbalzo’ discontinuo, ogni generazione ha sperimentato il ‘nuovo’ senza il supporto della precedente.

Cosa accadrà quando i ‘nativi digitali’ cresceranno? Che nuova forma daranno al mondo? Non solo noi ma molti studiosi si interrogano a questo riguardo e arrivano ad affermare che economia, politica, cultura e vita in famiglia muteranno del tutto.

Dei segnali di categorie in crisi ci sono già. Lo dimostrano esempi semplici e quotidiani.

Se una fotografia può essere rimaneggiata, se una notizia in rete rimbalza da una parte del mondo all’altra in varie versioni, se ogni opinione si equivale, la distinzione tra vero e falso pare senza futuro.

Come senza futuro comincia ad essere il distinguere tra naturale e artificiale quando nei nostri corpi introduciamo protesi che ci permettono di riacquistare abilità fisiche o ci circondiamo di organismi geneticamente modificati.

Guanti, occhiali e altri apparecchi digitali appositi ci permettono oggi di espandere i nostri sensi, di vivere mondi immaginari così come quelli quotidiani: realtà e fantasia si sperimentano allo stesso modo.

I concetti di tempo e di spazio stanno mutando. Già godiamo di una certa ‘bilocazione’: lavoriamo nel nostro ufficio a Roma insieme a un collega che sta a Seoul, vivendo in un ‘doppio tempo’, se qui sono le 12 lì sono le 19.
Gli hyperlink e certi videogiochi ci fanno agevolmente attraversare le epoche e mescolarle, riviverle, con sensazioni di tempo e spazio dilatati, accorciati o ciclici.

Sta cambiando il pensare. Non si procede più secondo strutture gerarchiche, deduttive o induttive che siano, ma per ‘associazione’, come apprendono i bambini. La conoscenza sta divenendo visiva, globale e discontinua, soprattutto partecipativa. Conoscere equivale a vivere o rivivere.

Sta cambiando la scrittura, sempre più multimediale. Per Derrick De Kerckhove la penna della generazione dei ‘sempre connessi’ è YouTube.
Il senza limite è la quotidianeità della rete, i cui confini ci sfuggono nella multidimensione di una continua creazione collettiva.

Da tutto ciò la domanda: in un’epoca di ibridi, in un’epoca in cui i sentimenti possono ridursi a procedimenti chimici e l’infinito è costruito come autoriflessione senza fondo di realtà fisica/virtuale in perenne espansione, cosa diremo uomo?

Su tutto questo anch’io mi interrogo spesso e mi pare di cogliere che in fondo a farci uomini saranno sempre le domande antiche, quelle sul senso del nostro esserci e sul nostro fine, quelle che ci segneranno dalla nascita anche quando nasceremo in provetta.

Ci siamo illusi pensando di trovare risposte esaurienti nel nuovo mondo che si profila, e cominciamo ad accorgercene: da qui paure, tristezze, mancanza di progetti e ideali a lunga durata, successo di esoterismi.
In noi permane il mistero, come un anelito, una incancellabile ferita originaria.

Allora quando oggi si parla di crisi educativa e ci si interroga su quale educazione dare alle nuove generazioni che pare ci sfuggano di mano, perché non riportare alla luce senza timore proprio queste domande antiche, magari in forme comunicative aggiornate, e cercare di ridar senso alla ricerca di una risposta?

Io penso che stia qui la ricchezza dell’uomo, che stia qui la possibilità di ‘bucare’ il nostro mondo e ritrovare un trascendente, e chissà… magari ci arriveremo a far risorgere Dio dalla morte in cui lo abbiamo confinato.

(Pubblicato rivisto, con titolo Nati digitali, su Città Nuova, Anno LIII, n. 22, 25 novembre 2009)

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