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b_300_0_16777215_00_http___www.smooto.com_uploads_thumbs_0235fd918-1.jpgIl caso, tutto romano, dell’assessore all’Urbanistica Paolo Berdini, “smascherato” da un giovane giornalista de La Stampa che ne ha raccolto le critiche sulla giunta capitolina di Virginia Raggi, richiama qualche riflessione generale sull’etica della professione giornalistica.

I quotidiani hanno parlato della vicenda (che alimenta le polemiche sulla giunta a 5stelle, già colpita da inchieste e avvisi di garanzia) quasi mettendo in luce l’abilità del cronista – precario e dunque particolarmente sollecito – nel carpire informazioni “bollenti” e opinioni scomode, e lo stesso è emerso dal dibattito sui social, fra colleghi e lettori. Nessun coro di trionfo – stando almeno alle nostre osservazioni – ma l’apprezzamento più o meno velato per un’intraprendenza che ha conquistato lo “scoop”.

Lo scoop, ovvero scovare e pubblicare una notizia relativamente importante prima degli altri: un obiettivo quasi mitico, inafferrabile e irraggiungibile, soprattutto nell’era della condivisione digitale. Un obiettivo che a tutti i giornalisti in erba, fin dalle scuole di formazione e nei primi passi all’interno delle redazioni, viene presentato come la gallina dalle uova d’oro, il traguardo che merita il bonus, il premio o magari l’avanzamento, talvolta il feticcio a cui sacrificare la deontologia professionale. Per carità, nessun docente vi dirà mai di farlo, ma qualche direttore, forse, vi esorterà ad osare.

 

Ora, consapevoli di andare controcorrente, ci sentiamo di prendere le distanze da questa “versione” del giornalismo. Posto che i contorni della vicenda romana vanno ancora chiariti, e che forse l’assessore – pur lamentando di essere caduto in una trappola - sapeva che le sue dichiarazioni sarebbero state pubblicate ed auspicava questo esito, l’idea premiante di un giornalismo che “ruba” informazioni ci pare lontana da quella finalità di “servizio” che i mass media dovrebbero far propria. Perché, al netto degli interessi editoriali, pur legittimi, il compito del giornalismo dovrebbe essere quello di informare nel “rispetto della verità sostanziale dei fatti” ma anche nel rispetto del pubblico e dei soggetti “raccontati”, la cui personalità – dice la deontologia – va tutelata.

registratore-vocale-migliore.jpgNel concreto, un giornalista che carpisce informazioni dai suoi interlocutori, le registra per giunta, senza presentarsi come tale e senza informare in anticipo che quanto detto verrà reso pubblico, si comporta a nostro avviso violando i principi della professione giornalistica, messi nero su bianco nel Testo unico dei doveri del giornalista. Manuale che tutti i giornalisti sono tenuti a conoscere – pena il mancato riconoscimento del titolo professionale – e che all’articolo 1 richiama a rispettare “sempre i doveri imposti dalla lealtà e dalla buona fede”, e all’articolo 2 stabilisce che il giornalista è chiamato a “rispettare i diritti fondamentali delle persone”. Tra cui – secondo noi – anche sapere che fine faranno le proprie dichiarazioni prima di pronunciale. Perché un conto è fare una “confidenza”, per quanto ingenua, ad uno sconosciuto che a metà conversazione dichiara di essere un giornalista, altra cosa è acconsentire ad un’intervista destinata alla pubblicazione su uno dei maggiori quotidiani nazionali.

Tra l’altro, questa “pratica” trasmette anche l’immagine di un giornalismo ambiguo e truffaldino, che fa ricorso a mezzucci (il registratore nascosto proprio no!!) per arrivare dove l’abilità professionale, zoppicante, non riesce ad arrivare. E danneggia la categoria ed il lavoro di coloro che le interviste le chiedono e le conquistano con merito piuttosto che rubarle.


Viene in mente uno dei Big della categoria (perdonate l’eco sanremese), il valente Enzo Biagi che di interviste “difficili” ne collezionò molte. Come quella a Tommaso Buscetta, uomo di mafia pentito che a Giovanni Falcone rivelò struttura e obiettivi della cupola, realizzata 4 anni prima della strage di Capaci in cui il magistrato trovò la morte. O quella a Raffaele Cutolo, re della camorra, accusato di un centinaio di omicidi, e quella all'ex brigatista Alberto Franceschini. L’intervista al dittatore libico Mu'ammar Gheddafi nei giorni successivi alla caduta dell'aereo di Ustica, in cui il dittatore sostenne che si trattava di un attentato organizzato dagli Stati Uniti contro la sua persona, oppure quella a Michail Gorbačëv, negli anni in cui il leader sovietico dava avvio alla perestrojka. Viene difficile pensare che Enzo Biagi nascondesse il suo registratore. 

 

CDL

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