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Quando si parla di migrazioni si tende a pensare per lo più a quelle provenienti dal nord Africa e dirette verso l’Europa, o ai flussi che partono dal Medio Oriente e dai Balcani verso i paesi dell’Occidente ricco. Gente che fugge da guerre, povertà o dai mutamenti indotti dai cambiamenti climatici, costretta a lasciare la propria casa e il proprio paese.

In realtà il globo è attraversato a tutte le latitudini da fenomeni migratori fra loro anche molto diversi per il contesto in cui si svolgono, per le dimensioni dei flussi e per le ragioni che li muovono.

depositphotos 9147642 stock photo colombia on mapIn Colombia, ad esempio, oltre sei milioni di persone hanno dovuto lasciare le loro abitazioni a causa del conflitto fra esercito, narcos e gruppi armati paramilitari che per più di 50 anni ha piagato il paese. Un conflitto da poco risolto con un accordo storico fra il governo del Presidente Juan Manuel Santos e le FARC, il gruppo guerrigliero marxista, i cui benefici tuttavia stentano a vedersi. Il perdurare dello stato di guerra e di una condizione di grave insicurezza per le popolazioni civili ha causato una massiccia migrazione tutta interna ai confini del Paese, che in alcuni casi si è diretta verso gli Stati Uniti. Una fuga non meno drammatica di quelle che vediamo raccontate sugli schermi delle nostre tv o sui giornali: sono uomini e donne chiamati “desplazados” che subiscono soprusi e violenze di ogni genere, in un paese dove non c’è certezza del rispetto dei diritti umani e dove resta alto il livello di violenza.

 

Anche i media locali, in Colombia, ne parlano. Ed anche questo racconto – che arrivi o meno sulle nostre tv italiane – richiede al comunicatore obiettività, abbandono di stereotipi e pregiudizi, volontà di conoscere il vero e di dar voce a tutti i protagonisti della vicenda, per comporre una narrazione plurale e multidimensionale che favorisca la comprensione della realtà in tutti i suoi aspetti e contribuisca a creare ponti, e non muri. Una narrazione “dialogica”, che – in una duplice accezione – nasce dal dialogo e produce dialogo.

Di questo hanno parlato i membri della delegazione di Netone nei numerosi incontri che hanno segnato la tappa colombiana del progetto “Giornalisti e migrazioni”, teso a favorire il confronto fra operatori della comunicazione e non solo sul fenomeno delle migrazioni forzate e su come ne parlano i media. Un progetto che tocca i luoghi “caldi” delle migrazioni, dove l’incontro fra popoli in viaggio e residenti si fa accoglienza ma spesso anche scontro e rifiuto dell’altro, e che finora ha fatto tappa ad Atene, Budapest e Varsavia, a Man in Cosa d'Avorio, Beirut in Libano, e poi Pozzallo in Sicilia e Bruxelles.

18119060 404824843249323 6849729482007815500 nIn Colombia - dall’8 al 23 aprile - la delegazione composta da Cristina Montoya, docente di Comunicazione e Intercultura all’Istituto Universitario Sophia, Michele Zanzucchi, direttore di Città Nuova e docente di Giornalismo alla Gregoriana e di massmediologia all’Istituto Sophia, e da Stefania Tanesini, coordinatrice della rete internazionale di NetOne, ha visitato anzitutto la regione tropicale di Uraba, ai confini con il Panama, tra gli oceani Atlantico e Pacifico. Un luogo simbolico perché tra i più colpiti nei decenni del conflitto interno che ha martoriato l’area. Juan Arturo Gomez, giornalista locale, è stata la guida d’eccezione che li ha condotti a scoprire ed entrare più in profondità nel complesso panorama umano, sociale e politico della regione. Centrale. E stato il contatto diretto con numerosi migranti, associazioni e operatori sociali, membri dell’esercito e delle organizzazioni governative, nel tentativo di capire da vicino sia le migrazioni verso gli Usa che quella interna.

Dayana Rocheta Mayo, 23 anni, un figlio di pochi mesi, è fuggita da Cuba oltre un anno fa. Ha raccontato a Stefania Tanesini di aver abbandonato il sogno di raggiungere gli USA: "Io qui in Colombia mi fermo, lo faccio per mio figlio, i colombiani sono gente buona". Il viaggio è stato una delle tante odissee ai confini della realtà (e del concetto di umanità) che purtroppo conosciamo. Come tanti, Dayana si è messa in mano a un "coyote", gli "agenti di viaggio", spesso della morte, che per la modica cifra di 3000 dollari le ha offerto un "pacchetto viaggio-all inclusive", che alla fine di un inferno durato mesi le è costato quasi 18.000 dollari. Dalla Guyana l'hanno portata in Brasile dove l'hanno abbandonata. Ma questa ragazza è determinata ed è ripartita: "Dal Perù ci hanno portati in Ecuador dove siamo rimasti 4 giorni. Li tutto si pagava: ai migranti nessuno regala niente". Tra i tanti che la stanno aiutando a sopravvivere e a mangiare ogni giorno c'è proprio la nostra guida, Juan Arturo Gomez, che qui tutti conoscono come "el periodista", il giornalista.

“Arturo è un free-lance in tutti i sensi” -  racconta Stefania - “Ha sul viso e nella penna l'odore e le storie della sua gente, ne è coinvolto e straziato fin nel midollo. Ha visto di tutto, si è battuto e ha rischiato la vita decine di volte”. "Faccio il giornalista perché voglio commuovere", nel senso di "muovere dentro", spingere la gente all'azione, al cambiamento. Ora Dayana è in attesa dei documenti e nel frattempo lavora in nero qua e là. "Sono giovane, forte, il lavoro non mi spaventa. Ora vorrei essere all'Havana solo perché li potrei uscire e muovermi per le strade, ma quando avrò i miei documenti qui non mi mancherà nulla".

18057119 1816008102051381 1737342635950336435 nIl racconto di storie di martiri, vittime e tentativi di rinascita sociale ha accompagnato anche la visita al villaggio di S. José Apartadò, tristemente noto come “epicentro” di multiformi violenze, occupazioni, omicidi “quotidiani”. Nello stesso territorio c’è la Comunidad de Paz, esperimento di convivenza pacifica e disarmata dove le regole sono scritte all'ingresso: “No all'ingiustizia e all'impunità dei fatti; no alle armi; no a coltivazioni illegali; no alla partecipazione ad alcuna guerra, diretta o indiretta”.

Quindi l’incontro con la psicologa Cindy Tamayo, conosciuta come “l’angelo dell’accoglienza dei cubani”, impegnata nell’accoglienza dei migranti che s’imbarcano verso il confine con il Panama: “quante lacrime ha visto quell'albero” ha raccontato indicando una grande palma dove è cominciata la sua missione. A seguire Berleida Ballestreros, rappresentante del Tavolo nazionale delle donne vittime del “desplazamiento” ha raccontato al gruppo storie dolorose ma anche di grande generosità.

Il viaggio è proseguito a Tocancipà, con l’incontro di oltre un centinaio di giovani dei Focolari, coinvolti in un workshop sui social media, mentre nella capitale Bogotà il gruppo ha visitato il Centro sociale "Unidad", che dagli anni '70 ha salvato dalla strada oltre 4000 bambini.

Ultima tappa è stata la partecipazione al Convegno “La comunicación dialógica y el cohabitar en la globalización”, promosso dalla facoltà di Comunicazione per la pace all’ Università Santo Tomás di Bogotà. Una “tre giorni” – quest’ultima - che ha visto anche l’intervento del sociologo e politologo ecuadoriano Hernan Reyes.

18010237 1816740165311508 7177736521522241239 nPer l’occasione Netone ha proposto proprio il tema del “giornalismo dialogico” e ha avviato un confronto fruttuoso con gli esperti presenti, teso a delineare piste di sviluppo e sinergie possibili. Tra questi Maria Ligia Herrera, decana della Facoltà di Comunicazione a Santo Tomás; Oscar Arbelaez, Patricia Bustamante, Magally Hernandez Ospina, Juan Guillermo Arias, Maria Consuelo Caicedo, docenti dell’Università.

A breve un focus sui temi trattati con altre istantanee del viaggio. Nel frattempo un appuntamento da segnare: la prossima tappa del progetto “Giornalisti e migrazioni” di Netone, con Città Nuova e l’Istituto Universitario Sophia, sarà a Roma il 9 e 10 giugno, presso il Centro Astalli, sul tema “Media, Mobilty & Islam: improving social and cultural coexistence in Europe”.

 

Claudia Di Lorenzi

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