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b_300_0_16777215_00_http___www.lametino.it_images_stories_Cristina-Montoya.jpgDi popoli in fuga da guerre, povertà e violenze ce ne sono tanti sul globo. E si tratta sempre di fughe drammatiche, sia che avvengano dentro i confini patri sia che costringano a migrare fuori. Pochi fra noi europei conoscono il fenomeno delle migrazioni forzate tutto interno alla Colombia, causate da un conflitto armato durato decenni. I media colombiani ne parlano, ma in modo incompleto e talvolta parziale. Anche a quelle latitudini serve un’informazione più chiara ed incisiva. Ne abbiamo parlato con Cristina Montoya, docente di Comunicazione e Intercultura all’Istituto Universitario Sophia, membro della delegazione di NetOne che si è recata in Colombia dall’8 al 23 aprile per presentare il progetto “Giornalisti e migrazioni”: 

In Italia la nostra rappresentazioni del fenomeno delle migrazioni si nutre per lo più del racconto dei media, che mostra sbarchi, naufragi, imbarcazioni fatiscenti colme di migranti oltre ogni limite. Immaginiamo i viaggi nel deserto, condizioni di prigionia, violenze e privazioni per arrivare alle coste e affidare la propria vita al mare e – purtroppo – a scafisti senza scrupoli. Le migrazioni che avvengono da decenni dentro la Colombia sono altra cosa, ma non meno drammatiche. Ce le racconta?

b_300_0_16777215_00_http___www.resumendelsur.com_wp-content_uploads_2017_05_desplazados.jpg“Ogni migrazione forzata, dalla guerra, dalle carestie, dalla povertà, comporta un taglio doloroso con la propria terra, che significa appartenenza, identitá, riconoscimento; comporta un viaggio spesso inumano e pieno di pericoli verso la paura crescente, verso l’incertezza e il più delle volte verso una dignità negata. In questo senso, il “desplazamiento forzado”, questo tipo di migrazione che in Colombia conta più di 6 milioni di persone che hanno lasciato la loro casa a causa del conflitto armato, tra il 1996 e il 2015 (ACNUR), non è diverso da quello che vediamo attraverso il Mediterraneo. Certo, teoricamente le persone che vivono questo tipo di migrazione, sono ancora sotto la protezione dello Stato, godono dei loro diritti come cittadini; ma non possiamo dimenticare che spesso è proprio da forze sostenute dallo Stato che queste persone devono fuggire. Ci sono popolazioni che nell’arco di due decenni hanno dovuto fuggire anche tre volte, e diversi sono gli attori armati. Parlo ad esempio di popolazioni come Rio Sucio, Chocó”.

Come vengono raccontate dai media colombiani queste migrazioni interne? C’è libertà di informazione?

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“Ci sono i diritti costituzionali che sono una garanzia alla libertà di informazione, ma non potrei dire che ci sia una vera conoscenza e presentazione della realtà. Sebbene i fatti riguardanti le vittime del conflitto armato e i desplazados accanto alla corruzione - che è l’humus che lo fa crescere - riempiano lo spazio dei media, lo stesso racconto nasconde i problemi veri, perché non fa conoscere le relazioni. Mi spiego, se ad esempio si dice che c’è stata una incursione di un gruppo paramilitare in una frazione di San José di Apartadó e non si fa presente al lettore o all’ascoltatore, che c’è anche una forte presenza dell’esercito che non si è opposta a questo, la vera dimensione del problema viene oscurata. C’è bisogno di dare voce ai giornalisti delle regioni, che hanno il polso diretto della realtà, e ancor di più c’è bisogno di una forte preparazione di questi giornalisti, speso leaders delle proprie comunità, perché possano informare con maggiore chiarezza ed incisività”.

Il potere politico nel Paese influenza questo racconto?

“La parola che più abbiamo sentito in Colombia, è stata “complesso”, l’intreccio che c’è tra i poteri e contropoteri in Colombia è una cosa difficile da capire e spiegare. La mia risposta è chiaramente ‘Si’, ma sul modo, preferirei non parlarne”.

Alle nostre latitudini, è ormai consuetudine dire che siamo nell’epoca delle fake-news e della cosiddetta “post-verità”, dove il racconto mediatico non è costruito sui fatti reali ma sulle opinioni, le emozioni, le ideologie, e in molti casi si allontana dalla realtà. Complice internet che favorisce la diffusione rapida e ampia di qualunque contenuto, autentico o falsato che sia. È un fenomeno diffuso anche in Colombia?

“Certamente, si tratta di un fenomeno globale”.

Qual è invece il compito dell’informazione oggi? 

“Da sempre l’informazione ha due compiti, permette di conoscere la realtà e prendere parte in essa. In Colombia non sappiamo cosa viviamo, e non lo sanno neanche quelli che dalle 5 del mattino fino alla sera seguono i radiogiornali o quelli che scrutano le pagine dei quotidiani. Nelle città non conosciamo la durezza di quanto si vive in campagna, il conflitto armato è spesso come un film, è una sorte di paesaggio, e finché si è rinforzata mediaticamente l’idea del nemico comune, tutto era come una lotta tra i buoni e i cattivi. Ora la polarità si fa convergere in torno al si e al no e così si rende impossibile vedere le vere criticità. E questo perché spesso, nei nostri racconti, la realtà non ha volto, le narrative mettono etichette come “falsi positivi”, astrazioni che non dicono – solo per fare un esempio - che si tratta di giovani innocenti, vittime di crimini di Stato. Quindi si ascolta senza comprendere e si vede senza cogliere. Non posso dire però che si tratti solo di una responsabilità del giornalismo, si tratta di tutto un contesto dominato da una cultura di paura, d’illegalità, di violenza. Si tratta anche di riceventi - diciamolo pure - che si proteggono per sopravvivere a tanto dolore. Se non ci fosse nel popolo la capacità di ironia, di satira, la resilienza che caratterizza il popolo colombiano, non potremmo sopravvivere a un conflitto così, restando creativi, produttivi, innovativi e persino pieni di speranza”.

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Nell’ambito del viaggio in Colombia, NetOne ha preso parte al Convegno “La comunicación dialógica y el cohabitar en la globalización”, promosso dalla facoltà di Comunicazione per la pace all’Università Santo Tomás di Bogotà, il 20 aprile. Per l’occasione NetOne ha presentato il progetto del “giornalismo dialogico”: quali sono i punti cardine?

“Il giornalismo dialogico mette al centro degli avvenimenti e quindi dell’esercizio professionale, la relazione sociale.  Quella che sta alla base dei fatti e che spesso passa inosservata, quella che si genera negli attori sociali collegati ad un avvenimento o una azione, quella tra le fonti e i redattori, quella tra cittadinanza e istituzioni, quella che collega i fatti al mondo globalizzato. È quello che stiamo cercando di fare col progetto “Giornalismo e migrazioni”.

Qual è stato il cuore del suo intervento al Convegno?

“Da circa un anno e mezzo portiamo avanti una ricerca di azione partecipativa su giornalismo e migrazioni, che ha come titolo “Riconfigurare lo scenario simbolico delle migrazioni in Europa”. Nell’ambito del convegno ho presentato il nostro percorso, mettendo l’accento su quel che significa fare una ricerca ‘interculturale’”.

Che vantaggi comporta l’adozione del metodo dialogico quando si fa informazione sulle migrazioni?

“Il dialogo, inteso come una relazione comunicativa di riconoscimento reciproco, è il principale strumento su cui poggia questa proposta giornalistica che richiede però un lavoro di squadra con: a) un approccio interdisciplinare; b) incontri nei luoghi di crisi; c) capacità di lettura storica e contemporanea del vissuto dei popoli coinvolti; d) approccio dialogico e ascolto franco, aperto, libero da condizionamenti; e) primato delle relazioni tra i partecipanti; f) diffusione di quanto vissuto in una rete internazionale di comunicatori che basano la propria professionalità sui principi di fraternità”.

 

Claudia Di Lorenzi

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